D’Annunzio?

Ogni volta che torno a Firenze (anzi: Affirènze) c’è uno spunto nuovo, affascinante, totalizzante che mi aspetta. Stavolta è uno spunto dannunziano. E già mi par di ascoltare la solita storia: uff! D’Annunzio! Quel parlar forbito e saccente, quella voglia di stupire a tutti i costi, quegli estetismi a un tanto al chilo!

Un momento: fermi tutti. D’Annunzio è anche questo, come no? Ma non solo questo.

Prendete una qualunque raccolta di poesie dei vostri preferiti: Montale, Quasimodo, Ungaretti. Oppure Neruda, T.S. Eliot, Dylan Thomas. Diciamo la verità: per ogni lirica stupenda ce ne sono venti dozzinali. Perbacco: è la stessa percentuale di D’Annunzio. E le raccolte? Ungaretti vive per l’eternità sulle liriche del “Porto sepolto”, Montale sugli “Ossi di seppia”, D’Annunzio sull’”Alcyone”. E allora? D’Annunzio cercava a tutti i costi lo scandalo, la trasgressione fine a se stessa? Capirai: dopo quel che avevano combinato Verlaine e Rimbaud, scambiare la moglie con la Duse era robetta, cavalcare nudo sulla spiaggia e porcherie varie erano pubblicità.

Quel che conta è tutt’altro. Chi ha provato a scrivere un sonetto sa quanto è difficile restare nella gabbia dei quattordici endecasillabi rimati riuscendo a esprimere quel che volevi dire. Il più delle volte si finisce per dire tutt’altro. D’Annunzio sembra non aver mai avuto problemi di questo genere.

La poesia che vi invito a leggere ha una forma metrica complicata (per esempio, l’ultimo verso di ogni strofa è rimato o assonante al mezzo con il terzultimo verso), eppure il tono, il senso, l’atmosfera, sono coerenti e compatti. Viene da pensare che ogni singola parola sia l’unica possibile, il mot juste, come diceva Flaubert.

Sarà per questo, perché è così problematico riuscire a dire in rima e metro ciò che si vuol dire, sarà per questo che ormai si fa poesia soltanto in versi sciolti, senza musicalità, senza atmosfera, come se una lirica dovesse essere poco più che un aforisma con qualche “a capo” prima che finisca la riga?

Spero proprio di no. Ma nel frattempo (mentre ci pensiamo, mentre ci facciamo un’opinione) vi invito a ripercorrere questa poesia, a lasciarvi andare alla sua atmosfera incantata.

Che senso ha – mi domando – riscoprire Pascoli (in odio al tonitruante Carducci), se poi rifiutiamo di gustare un gioiello come questo, suggerito a un poeta da una passeggiata vespertina, lungo un fiumiciattolo quasi ignoto, nella periferia di una città magica come Firenze?

LUNGO L’AFFRICO NELLA SERA DI GIUGNO DOPO LA PIOGGIA.

Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da la nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ora t’effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l’ascolti.

Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l’occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pe’l sogno che l’appanna,
Luna, il rio che s’avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d’erba ti sorride,
solo a te sola.

O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l’Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha susurro
l’arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?

E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S’attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell’ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all’opera d’amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un’alba certa.

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La recensione di Franz Krauspenhaar

Volgare, dispotico, incapace di amare: il fascino cinico di Napoleone secondo Ferrazzi (lo esalta Krauspenhaar)
http://www.pangea.news/volgare-dispotico-incapace-di-amare-il-fascino-cinico-di-napoleone-secondo-ferrazzi-lo-esalta-krauspenhaar/
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A proposito di “N.B. Un teppista di successo”

Riccardo Ferrazzi affronta a viso aperto il mito inossidabile di Napoleone Bonaparte e, senza falsi pudori, cerca di riportarlo sulla terra in un libro che non è né romanzo né saggio storico

Lettura di Francesco Improta su “SuccedeOggi”

Che il mito abbia esercitato e continui a esercitare un fascino particolare su tutti noi è fuor di dubbio. Lo sa bene Riccardo Ferrazzi che affronta, con l’intento dichiarato di ridimensionarlo, uno dei miti più fulgidi dell’età moderna, quello di Napoleone, che, dopo aver affascinato artisti e scrittori (David; Canova; Appiani e Manzoni etc.), continua a essere oggetto di culto e di venerazione da parte di quasi tutti i Francesi, in quanto vellica il loro orgoglio e la loro mania di grandezza. Non c’è famiglia francese di estrazione aristocratica, borghese o proletaria – sempre che tali differenze abbiano ancora un senso – che non abbia all’interno della propria casa un busto di Napoleone.

L’intento demistificatorio di Ferrazzi appare evidente già dal titolo N.B. Un teppista di successo (Arkadia ed. 16 euro), in cui Buonaparte fin dalla fanciullezza viene paragonato a un teppista di strada; non a caso l’incipit lo vede, antesignano quasi di uno degli intrepidi Ragazzi della via Pal, scarmigliato alla testa di una banda di ragazzini, scalzi e arruffati, armati di fionde e di ciottoli levigati da usare come proiet­tili sui cavalli della guarnigione francese intenti ad abbeverarsi. Il piano, comunque, fallisce e per l’insubordinazione di qualcuno del gruppo che non vuole sottostare agli ordini del piccolo capobanda e per l’intervento dell’avvocato Buonaparte che, pren­dendolo per la collottola, riesce ad allontanare il figlio in procinto di scaricare sul suo avversario una gragnuola di pugni. Da questo episodio, descritto dal Ferrazzi con tanta efficacia da farci avvertire la polvere in cui si rotolano i due ragazzi e il fango che ne inzacchera i vestiti, emergono non tanto la propensione a delinquere e la frequen­tazione della teppa quanto la sua iniziale avversione verso la Francia e la sua tendenza a menare le mani. Rissoso, quindi, audace e animoso ma non credo che lo si possa definire un teppista.

N.B. Un teppista di successo non è un saggio storico né una biografia, come lo stesso autore afferma nella nota conclusiva, non meraviglia quindi che manchi una ricerca scrupolosa di documenti e di testimonianze, la stessa corrispondenza epistolare tra Napoleone e A. Saliceti, la cui amicizia durò tutta la vita, è per lo più frutto di imma­ginazione e di congetture e obbedisce più a criteri specificamente letterari che storici.

Il libro in questione si muove tra la Corsica e la Francia e abbraccia un lasso di tempo che va dal 1778 al 1796, quando Napoleone assume il comando dell’Armata d’Italia. Sono anni densi di avvenimenti: l’indipendentismo della Corsica; la presa della Ba­stiglia; il Direttorio; il Terrore, anteriori comunque all’epopea di Napoleone, alle sue fortunate campagne militari e alla creazione dell’Impero. Riccardo Ferrazzi si sofferma, infatti, sulla giovinezza movimentata del giovane ufficiale corso; sulla sua formazione politica e militare; sulla sua smodata ambizione, sui suoi rapporti con la famiglia che si caricò interamente sulle spalle, dopo la morte del padre, e da cui non ebbe un appoggio incondizionato. Non mancano neppure riferimenti alle sue avventure ga­lanti, alla frequentazione dei salotti parigini, dove capì che la strada verso il successo e il potere passava anche attraverso le alcove e le camere da letto di alcune signore potenti e spregiudicate, come T. Cabarrus e R. J. Beauharnais.

Ferrazzi nell’ultimo capitolo fa suo l’interrogativo del Manzoni: “Fu vera gloria?” e laddove lo scrittore lombardo si esime dal pronunciare un giudizio (“Ai posteri l’ardua sentenza”) perché a lui interessava l’esilio di Napoleone e ancor più la sua morte, il momento in cui ogni uomo fa i conti con se stesso e con Dio, Ferrazzi un giudizio lo esprime ed è fortemente negativo. Lo accusa di aver mentito e non solo a fini propagandistici, di essere un arrampicatore sociale, di mancare di magnanimità e misericordia, di praticare il cinismo e la violenza e di comportarsi alla stregua di un avventuriero, non diversamente da Cagliostro o Casanova. Premesso che le strade della Storia sono state sempre lastricate di sangue, anche in periodi di apparente o sedicente democrazia, Machiavelli ci ha insegnato che il potere si gestisce simulando e dissimulando, con una buona dose di cinismo e utilizzando a seconda dei casi le leggi o la violenza. E anche Manzoni contraddicendo il suo stesso proposito gli riconosce il merito di aver posto fine al Terrore e di aver ricomposto le fratture con il passato proponendosi come tramite verso il futuro e l’affermazione della classe borghese.

Al di là di eventuali divergenze di opinioni, a me preme rilevare in Ferrazzi il passo sicuro del narratore, la sua capacità di dipingere con poche pennellate situazioni, fatti e di approfondire dinamiche psicologiche anche complesse. Il tratto è preciso, il ritmo veloce e incalzante, come nella commovente scena in cui il piccolo Eugenio Beauhar­nais, ligio al dovere, obbedendo a un preciso ordine di Napoleone, si reca da lui per consegnargli la spada appartenuta al padre morto in guerra; dinanzi allo spietato generale Eugenio non trema, non piange, né implora ma mantiene integra la sua dignità e la pagina brilla delle lacrime non versate.

Il linguaggio è altrettanto felice; concreto e icastico senza svolazzi di alcun genere risente del realismo manzoniano di cui condivide la milanesità, valga a mo’ di esempio l’espressione mutuata direttamente da I Promessi Sposi di “vaso di coccio tra i vasi di ferro” riferita non a Don Abbondio ma alla sventurata Genova stretta tra la Francia e l’Austria, e il pensiero non può non andare al crollo del ponte Morandi.

Nel complesso una lettura piacevole, originale e intrigante.

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Il Teppista in Toscana

Quanto tempo che non andavo a Firenze! Morivo dalla voglia di tornarci. E, cippa lippa, non ci riuscivo mai. Per un motivo o per l’altro ogni progetto andava a monte. Come fosse antani.

C’è voluto il Teppista (N.B. Un teppista di successo – Edizioni Arkadia) per incastrare nel modo giusto tutte le facce del cubo di Rubik. C’è voluta la fata Tania Murenu e il mago Paolo Ciampi e Giovanni Agnoloni e Nicolò Gaudino. Senza contare Filippo Makaus, compagno di viaggio e di scrittura, che un giorno strabilierà tutti quanti con il suo romanzo “L’aeronauta”. Senza contare tutti gli altri che mi hanno dato una mano e mi hanno permesso questi due giorni di vacanza.

 

Al sorgere del sole. Partiamo da Savona col presentimento che a Genova resteremo imbottigliati nel traffico per ore e ore. A Firenze la presentazione è alle 18.00. Ce la faremo?

Miracolo! L’attraversamento di Genova scorre senza problemi, in quattro e quattr’otto rientriamo in autostrada e ci lanciamo verso Levante. La giornata è stupenda, i panorami indimenticabili. Siamo già in Versilia quando Filippo mi dà il cambio al volante. Arriviamo a Firenze prima di mezzogiorno e, con mio grande stupore, troviamo subito la strada giusta. Infiliamo il cavalcavia “Lungo l’Affrico” e improvvisamente ricordo una poesia di D’Annunzio intitolata così. Ai tempi in cui viveva a Settignano insieme alla Duse, l’Affrico era un torrente a cielo aperto e D’Annunzio riusciva a trasformarlo in un sogno come l’amore di Pelléas e Melisande. Quasi non sono ancora arrivato e Firenze mi ha già colpito al cuore!

Troviamo subito anche l’alloggio. Un bed & breakfast senza breakfast, come spiega la gestora: “un modo pe’ non dire he ffo l’affittahamere”. Sarà, ma le hamere sono principesche, in un palazzetto costruito nel secolo scorso da un architetto “che fu anche premiato per aver dato lustro alla città”. (Stupore e sconcerto: come si fa a dare lustro a Firenze? Alla città di Brunelleschi e Vasari e Leon Battista Alberti, solo per nominarne qualcuno?).

Si va in centro. La cupola, il campanile, il bel San Giovanni. Orde di asiatici che si piazzano con le spalle alla Porta del Paradiso per fotografare la facciata (costruita a fine ottocento) di Santa Maria del Fiore. Torme di esseri umani con gli occhi a mandorla rendono un’impresa arrivare in Piazza della Signoria. Ma ci arriviamo, salutiamo la copia del David, l’originale del Perseo e il niveo marmo del Biancone. Poi di corsa in via de’ Cerretani a presentare il Teppista e quell’originale precursore che fu George Perkins Marsh, “L’ambasciatore delle foreste”.

Cena classica con Paolo, Johnny e Filippo, a base di fiorentina, lampredotto e chianti, ma soprattutto a base di chiacchiere e simpatia. Accidenti! Cene così bisognerebbe farne almeno una a settimana: fanno bene allo spirito, alla salute mentale, all’umore. Ciampi e Agnoloni, vi aspettiamo a Milano per restituirvi il piacere.

 

Il sole sorge anche il giorno dopo. In una mattina già primaverile imbocchiamo la strada di Pisa. Ce la prendiamo comoda. Arriviamo in Campo dei Miracoli che è quasi mezzogiorno. Certo, la cattedrale. Certo, il battistero e il camposanto. Evabbe’, anche la torre pendente. Ma sono il verde del prato e il bianco del marmo a stamparmi negli occhi l’immagine della bellezza. C’è poco da fare: il bello è semplicità, ma la semplicità non è naturale. Se invece del prato ci fosse terra battuta o un selciato di sampietrini, la bellezza resterebbe divisa in quattro e non avrebbe continuità. Bisognava disegnarla, colorarla, estrarla dal nulla, mettere insieme i quattro monumenti del Campo in modo da far pensare che non avrebbero potuto essere altro che così. E chi se ne frega se ti tocca ammirarli in mezzo a una turba di barbari intenti a farsi fotografare mentre fingono di sostenere con le mani la torre pendente. La bellezza sopporta anche il passaggio dei Vandali.

Ebbene: che cos’è la civiltà? È la declinazione della bellezza in tutte le sue forme. È, per esempio, l’intelligenza di un ristoratore che, appena dietro il Campo dei Miracoli, gestisce un locale genialmente intitolato “Il turista”.

Vediamo l’insegna e ci diamo alla fuga. Filippo telefona a suo fratello per farsi indicare il miglior ristorante di Pisa. Ma purtroppo è chiuso! Tentiamo qualche alternativa, senza esito. Ormai sono quasi le due: non ci resta che “Il turista”.

Entro e vedo soltanto un’esposizione di carabattole: migliaia di torri pendenti in plastica, di ogni dimensione. Faccio per andarmene ma Filippo ha agganciato una gentile donzella che ci convoglia via dalla pazza folla, verso tre o quattro piacevoli salette con pochi tavoli ciascuna.

Pranziamo benissimo. Al tavolo vicino al nostro, il proprietario del ristorante è insieme a tre notabili (uno dei quali, si scoprirà in seguito, professore a Scienze Politiche). Veniamo a sapere che il geniale ristoratore ha attrezzato il suo locale non soltanto con un salone per i turisti e le salette separate per i gourmet, ma addirittura ha allestito due diverse cucine! Vorrei segnalarlo a Mario Monti perché l’Università Bocconi assegni un premio speciale a questo imprenditore che ha saputo mettere insieme profitto e buon gusto.

Presento il Teppista nella libreria, centralissima e coquette, di Nicolò Gaudino. Ci aspetta la cavalcata di ritorno, una notturna riviera di levante, Genova più risplendente che mai, pochi chilometri per Savona, e infine a nanna col ricordo di due giorni stupendi. Voglio tornare in Toscana. Voglio vivere ancora abbastanza per tornarci.

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Istinto e analogia

Con quali strumenti sarà possibile esplorare la “materia oscura” dell’essere umano? La scienza fa continuamente grandi passi avanti, ma i filosofi, i poeti e i ricercatori senza pregiudizi (come pure i ciarlatani e i truffatori), nonché il mai dimenticato “uomo della strada”, continuano a dare grande importanza a strumenti che la scienza considera né più né meno che assurdità.

L’osservazione può svilupparsi in induzione, intuizione, ispirazione, ma la conoscenza può assumere anche altre forme, difficilmente definibili in termini scientifici, eppure pacificamente impiegate nelle nostre attività quotidiane.

Per esempio l’istinto, una facoltà che può andare oltre l’intuizione. Non la possiedono soltanto gli esseri umani: negli animali è la fonte di conoscenza primaria, e ciò non significa che si tratti di una facoltà “inferiore”.

Gli umani vi ricorrono con una frequenza tale da non rendersene conti. Usano l’istinto ogni volta in cui non dispongono dei dati necessari e sufficienti a impostare soluzioni razionali, cioè quasi sempre. Ogni giorno abbiamo a che fare con equazioni nelle quali mancano quasi tutti i coefficienti. In questi casi è buona norma rimandare le decisioni in attesa di ottenere qualche dato in più; ma se le circostanze ci costringono a decidere (o se la posta in gioco è così bassa da far apparire conveniente correre un rischio) non resta che seguire l’istinto.

Da dove viene l’istinto? Si potrebbe ipotizzare che si tratti di una specie di “memoria inconscia”, simile alla memoria muscolare che ci permette di camminare senza fare attenzione a ogni singolo movimento o di tornare a pedalare anche dopo aver trascorso anni senza montare su una bicicletta. È persino ipotizzabile che non soltanto le esperienze del singolo soggetto ma anche quelle della intera specie vengano compresse e stoccate in qualche parte del corpo (presumibilmente, ma non necessariamente, nel cervello). Secondo la teoria della memoria inconscia l’istinto sarebbe costituito da miliardi di esperienze compresse e accatastate in angiporti cerebrali dai quali all’occorrenza riemergerebbero sotto forma di intuizioni pronte all’uso.

La neurologia mostra che alcune facoltà istintive hanno sede nelle parti più “antiche” del cervello umano, ma ciò non basta a farci ritenere che l’istinto sia una facoltà meno nobile di quelle che ci permettono di impostare un sillogismo.

È sempre arduo accertare il livello di razionalità contenuto in una conclusione “d’istinto”. Allo stato attuale delle conoscenze la memoria inconscia non è sufficiente a spiegare di che cosa si tratta. Bisognerebbe innanzitutto chiarire quali sono i meccanismi che producono, immagazzinano e richiamano ricordi, idee, associazioni mentali delle quali non si ha coscienza. E bisognerebbe spiegare come è possibile che soluzioni il cui unico punto d’appoggio è una analogia trovino conferma nella realtà. Perché il fatto è questo: le decisioni istintive hanno comunque a che fare con una osservazione, ma non nascono da un’idea razionale bensì da una analogia. E questa è una parola che riporta all’ordine del giorno i nessi non causali.

Come sempre, bisogna partire da un dato di fatto: l’istinto è una realtà. Gli stessi scienziati che rifiutano di prendere in considerazione tutto ciò che non dipende da meccanismi di causa-effetto dovrebbero provare a censire i loro pensieri e le loro azioni nell’arco di una giornata: scoprirebbero che la maggior parte dei loro atti non è razionale (e nemmeno irrazionale), ma istintiva, analogica, apparentemente immotivata.

***

Da quando ha abbandonato l’alchimia, la scienza ha rinunciato a darsi una spiegazione (tantomeno una definizione scientifica) del gusto tipicamente umano di descrivere per metafore e di stabilire (o scoprire?) analogie. Nel lessico scientifico la parola “analogia” è niente più che un sinonimo scipito di “somiglianza”. Nessuno scienziato (salvo alcuni psicologi, non tutti) è disposto ad accettare l’idea che le analogie (come per esempio luna-umidità, luna-madre, luna-popolarità, luna-variabilità, luna-follia) costituiscano una forma di conoscenza. Meno ancora uno scienziato sarà disposto ad accettare che il complesso di queste analogie possa dare un’immagine del mondo coerente come quella offerta dalla scienza.

Niente vieta che la decisione di sospendere il giudizio sull’analogia sia più che ragionevole: è possibilissimo che il cervello umano produca anche da sveglio un certo grado di innocua follia. Ma il rifiuto di studiare l’analogia proviene pur sempre dal rifiuto pregiudiziale di tutto ciò che non rimanda a una causa manifesta, il che conduce a non prendere in considerazione la maggior parte dell’agire umano.

A onor del vero, il rifiuto del pensiero analogico dipende anche dal fatto che molto spesso l’analogia diventa simbolo e prende forma poetica. Quando entrano in campo forme di espressione che sfuggono al metodo sperimentale, la scienza erige un muro. Ma non si può fare a meno di constatare che in questo modo la scienza si autoesilia in un ambito ristretto: che senso ha il suo delegittimare tutto ciò che ne sta al di fuori, se si tratta della maggior parte della nostra vita?

La semplice realtà è che gli esseri umani per conseguire l’obbiettivo della conoscenza hanno a disposizione mezzi di ogni genere, non soltanto la ragione dialettica. E sono questi i mezzi con cui l’umanità è in grado di concepire intuizioni, di andare oltre l’osservazione e la deduzione, di compiere il salto dalla tecnica all’arte.

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Je ne regrette rien

Un po’ di storia: il 4 giugno 1959 il generale De Gaulle, non ancora presidente della repubblica francese, ma con tanta voglia di diventarlo, si presentò in una Algeria travagliata dai movimenti di liberazione da un lato e dalla resistenza dei pied noirs dall’altro e, rivolgendosi a questi ultimi, proclamò: “Je vous ai tous compris”. Neanche quattro mesi dopo, ormai presidente, cambiò idea e avviò le pratiche per l’indipendenza algerina. Ne seguì il pasticcio dell’OAS, il rischio di colpo di stato e di guerra civile, e un serio colpo all’immagine che la Francia conservava di se stessa anche dopo il disastro di Dien Bien Phou e la perdita dell’Indocina.

Nel 1960, quando i pied noirs capirono che De Gaulle li aveva giocati, in tutta la Francia, ma soprattutto ad Algeri, ebbe un enorme successo una canzone di Edith Piaf il cui ritornello diceva:

Non, rien de rien, non, je ne regrette rien
Ni le bien qu’on m’a fait, ni le mal
Tout ça m’est bien égal
Non, rien de rien, non, je ne regrette rien
C’est payé, balayé, oublié, je m’en fous du passé

E concludeva:

Balayé pour toujours
Je reparts à nouveau

Ma non era vero: i Francesi sono sempre gli stessi. Sono quelli che, a trent’anni da Waterloo, rimettono sul trono un tizio il cui unico titolo di merito è una lontana parentela con Napoleone e che, come lui, li trascinerà in un disastro.

Nel 1973, tredici anni dopo il guaio algerino, quando il presidente Macron era ancora in mente Dei (ammesso e non concesso che sia lecito imputare al Padreterno la responsabilità del concepimento degli uomini politici), il vostro umilissimo servitore occupava un cadreghino in rue Bayard per conto della Snia Viscosa (che i giovani manco sanno cos’era, ma a quei tempi era una multinazionale) e aveva come colleghi alcuni francesi che in Algeria c’erano stati, da civili e da militari. Be’, dopo tredici anni non l’avevano ancora digerita. Sono stati loro a spiegarmi che quel “Je vous ai tous compris” voleva dire “Je vous ai tous pris pour des con” (traduzione educata: Vi ho presi tutti quanti per fessi).

La verità è che i Francesi (tutti quanti) non avevano nessuna voglia di ripartire da zero. Non ce l’hanno neanche adesso. Si attaccano a quattro isolette sparpagliate in America e in Oceania per continuare a illudersi di avere un impero. Si adattano a reggere il gioco della Germania pur di tenere in piedi una finzione di parità alla quale non crede nessuno. Non rinunciano a seminare casini in tutto il Mediterraneo, dalla Libia alla Siria, nell’illusione che qualcuno (chi?) li prenda per una “grande potenza”.

In confronto (anche se la signora May sembra impegnata a recitare “L’albergo del libero scambio”), l’Inghilterra fa quasi bella figura. Praticamente sta dicendo a tutto il mondo: noi il nostro impero l’abbiamo liquidato; sappiamo che situazioni come Gibilterra e le Falkland non stanno in piedi ma le sistemeremo quando e come decideremo noi; quanto al resto, con la Germania abbiamo combattuto due guerre e le abbiamo vinte: non abbiamo nessuna intenzione di accettare la loro supremazia; quindi: al diavolo l’Unione Europea. È un atteggiamento che ci costerà caro? Cazzi nostri.

Si avviano a contare meno del Canada o dell’Australia, e lo sanno, ma dimostrano di avere le palle necessarie e sufficienti per correre un rischio, perdere e pagare.

In mezzo a tutto ciò noi italiani, che non abbiamo presunte grandezze da millantare o decadute nobiltà da difendere, possiamo dedicarci al Festival di Sanremo, al campionato di calcio e alle gag dei nuovi comici: Di Maio, Toninelli e Di Battista. Allegria!

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Astrologia

Il pianeta Urano impiega circa 84 anni per compiere una intera rivoluzione intorno al Sole e ritornare al punto di partenza. Guarda caso, l’età di 83-84 anni è la più a rischio per gli esseri umani maschi: anche chi fuma poco o niente, si alimenta con attenzione, fa almeno un po’ di movimento e, insomma, sta attento alla salute, a quell’età di solito tira le cuoia.

Tanto vale saperlo e rassegnarsi. Ma quando la cosa ti riguarda direttamente non è mica facile. Ho compiuto da poco i 71 anni. Se sarò fortunato ne vivrò ancora dieci o dodici (non so in quali condizioni: già adesso tra acciacchi e defaillances non sono più quello di prima, e anche il cervello ha perso parecchio in brillantezza e reattività).

In questi ultimi tempi ho visto almeno tre parenti stretti superare l’età uraniana e perdere la memoria a breve termine. Detto così, sembrerebbe una cosa di poco conto. Invece è a dir poco devastante: chi ne è colpito non è più in grado di svolgere una qualunque attività che richieda un minimo di coordinazione. Perfino cuocere un  piatto di spaghetti diventa un’impresa impossibile quando, a ogni giro della lancetta dei secondi, non ricordi se hai messo il sale nell’acqua, se hai acceso il fornello, da quanto tempo hai buttato la pasta, se hai preparato il sugo o se devi ancora farlo, eccetera eccetera. Chi si viene a trovare in questa condizione, dapprima si irrita con se stesso (e, Dio sa perché, con gli altri), poi si rende conto di essere piombato in un guaio irreversibile, e improvvisamente cambia carattere: diventa pigro, rinunciatario, al tempo stesso esigente e svogliato. Chi vive con lui/lei sa come stanno le cose, ma viene sempre colto di sorpresa: certe dimenticanze sembrano impossibili, assurde, finte. E invece no: sono proprio vere.

Non ci sarà nessuno a sopportarmi nei miei ultimi anni uraniani. Prego Dio di togliermi di mezzo prima che il cervello venga meno.

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