Cipango! di Riccardo Ferrazzi

La poesia e lo spirito

Cipango!

Generalmente parlando, i romanzi storici non li digerisco. Sono allergico all’armamentario pronto all’uso della docufiction, allo sferragliare di meccanismi arrugginiti, sovvenzionati da apparati polverosi che tengono artificialmente in vita il Saviano di turno, esibendolo negli antri tristi dei fabiofazi o dei corradoaugias, col contorno squallido di claques sottopagate. Ho smesso di inviare romanzi alle mummie imbalsamate della pseudo intellighenzia nostrana, eterodiretta da uno dei tanti potentati economici, possibilmente di sinistra, ma non solo.

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Faccia da Macron

Mentre scrivo questa nota non è ancora noto il risultato dei colloqui di Padoan e Calenda con il ministro francese LeMaire. Magari mi sbaglio ma, da quanto si è saputo finora, l’esito mi sembra abbastanza scontato: il francese tenta il gioco delle tre carte, ma tiene il coltello dalla parte del manico, e gli italiani possono soltanto prendere (in quel posto) o lasciare.

I francesi sanno benissimo di aver mancato di parola, ma se ne fregano alla grande: con l’Italia se lo possono permettere, con la Germania non avrebbero mai osato. Gli italiani, se non sono fessi, hanno capito di essere stati fregati e tutto quel che possono fare è dire sorridendo all’eccellenza LeMaire: vaffanculo.

Probabile esito della faccenda: gli italiani diranno di no, i francesi andranno col cappello in mano dai tedeschi e per costruirsi una portaerei dovranno chiedere il permesso a Berlino e strapagarla. Dopodiché si incazzeranno, faranno dichiarare scioperi a raffica dai sindacati, in capo a qualche anno i tedeschi se ne andranno lasciando i francesi nella bagna, e alla fine, quando sarà finita la mania dei transatlantici da crociera, STX e Fincantieri torneranno a campare malamente mendicando dai rispettivi stati la costruzione di una corvetta o di un incrociatore.

Conclusione: alla larga, per amor di Dio.

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APRIRE LA MENTE

Agli albori del terzo millennio, dapprima in forma di dubbio, poi con sempre maggiore convinzione, giornali e tv comunicarono al pubblico una notizia sconvolgente: la scienza è in grado di spiegare sì e no il 5% della realtà, tutto il resto è semplicemente sconosciuto.

Come gli antichi romani all’annuncio della disfatta di Canne, scienziati e opinione pubblica reagirono con animo virile: nessuno cedette al catastrofismo, nessuno intonò il mea culpa. Gli scienziati presero a parlare di “materia oscura”, l’opinione pubblica si dispose ad attendere fiduciosamente la spiegazione di cosa fosse questa nuova materia.

Non si sa quanti anni o quanti secoli dovranno passare prima che l’umanità riesca ad avere un’idea di cosa è contenuto nel residuo 95% della realtà, eppure nessuno dubita che ci si riuscirà, che la risposta sarà ottenuta applicando i consueti metodi scientifici, e che la realtà ancora da scoprire non sarà molto diversa da quella che già conosciamo. In fin dei conti – così calcola l’opinione pubblica – la realtà quantistica non è avvertibilmente diversa da quella relativistica, la quale, a sua volta, non sembra poi tanto distante da quella newtoniana. Quando la materia oscura sarà “chiarita” – concludono avvocati e salumieri – avremo gli strumenti per governare il 100% di una realtà che, in fin dei conti, è sempre la stessa.

Nessuno è sfiorato dall’idea che la parte sconosciuta della realtà possa non essere affatto “residuale” e possa contenere qualcosa di molto diverso da ciò che ci si aspetta. Forse non abbiamo ancora dato il giusto peso al fatto che la relatività e la fisica quantistica non si sono limitate a dare una nuova rappresentazione dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, ma hanno reso evidente che la ragione umana coglie la realtà in modo approssimativo.

L’aveva già detto Kant, e gli avevamo creduto a metà. Si sa, ci eravamo detti, i filosofi esagerano sempre. Invece il vecchio Immanuel aveva ragione: abbiamo scoperto che la geometria euclidea non può calcolare la traiettoria di una sonda spaziale, e per studiare la struttura subatomica della materia abbiamo dovuto accantonare i concetti tradizionali di spazio e tempo.

È probabile che l’indagine su quel 95% di materia/energia sconosciuta richieda nuove rivoluzioni nel modo “scientifico” di ragionare. È persino possibile che, prima o poi, per esplorare l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande ci si debba inoltrare in percorsi che oggi riteniamo fantascientifici, coinvolgendo facoltà ed esperienze finora confinate nella letteratura, nei sentimenti, nella fantasia.

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Come sfanculare il Novecento

Da almeno cent’anni, da quando Ungaretti tornò dalle trincee dell’Isonzo, la critica letteraria italiana si diletta a sparare contro Carducci. Facile bersaglio! Nell’opera omnia del Nostro non mancano cose non più palatabili, rivoluzionarismi ingenui e ottocenteschi, polemiche di basso livello su temi che hanno smesso di appassionarci. (Ma Carducci non è certo l’unico: anche nell’opera omnia di Ungaretti, e perfino di Montale, non mancano cose discutibili. Per non parlare di Pascoli o di alcuni celebrati contemporanei).

Intanto, vale la pena di fare una osservazione “tecnica”. Dante si vantava di avere scritto l’intera Commedia senza mai aver dovuto deviare dai concetti che intendeva esprimere per rincorrere una rima o il ritmo di un endecasillabo. Oggi ci si fa un dovere di evitare le forme canoniche del verso (e la rima poi!), anzi: si spezzano volutamente i ritmi, si rinuncia alla musicalità, tanto che ormai (come diceva Moravia) la poesia si differenzia dalla prosa solo perché va a capo prima che finisca la riga del foglio. (C’è stato, anni fa, un tentativo di ricuperare le forme classiche della poesia italiana, che non ha avuto seguito semplicemente perché chi ci si è dedicato non aveva niente da dire. Purtroppo, fra il “cosa” e il “come” gli scrittori italiani finiscono quasi sempre per scegliere il “come”. Si fa meno fatica.)

Il Novecento è stato il secolo degli sperimentalismi, la maggior parte dei quali non ha avuto seguito, ma ciò che continua a vivere è la pertinace illusione di “fare novità” attraverso una rivoluzione tecnica. Il risultato è che si è perduta la tecnica di una volta, senza guadagnare niente di nuovo. Carducci, che Dio l’abbia in gloria, era ancora capace di scrivere, non una Divina Commedia, ma almeno un sonetto, con tutte le rime e i ritmi al loro posto, svolgendo un ragionamento tutt’altro che banale; anzi: eternamente vero.

Basta un minimo di pazienza per trovare nelle sue poesie, fra polemiche e banalità, cose che colpiscono il cuore e il cervello, e tornano in mente, e risuonano come avvertimenti quando i casi della vita ci portano a considerazioni, magari scontate, ma entrano nella carne come colpi di pugnale, come sentenze senza appello.

Pensate a una cosa normale, normalissima, come il tornare a casa dopo una lunga permanenza altrove. Vincenzo Monti se ne esce con un insipido “Bella Italia, amate sponde/ or vi torno a rivedere”. Carducci, se non altro, ha il nerbo da “maledetto toscano”: rivendica odio e amore, e (come Saffo) non si vergogna di dire che gli batte il cuore. Ricorda di aver concepito lì i sogni che non ha potuto (o saputo?) conseguire, e si batte il petto sconsolato: “Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano;/e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;/e dimani cadrò.”

Lasciate perdere gli “Oh”, lasciate perdere quell’orribile “dimani”, e guardate la sostanza. Ricordo di aver letto questo sonetto quando avevo forse sedici anni, e di averlo considerato “di maniera”. Eh già, perché a sedici anni si pensa: a te è andata così, ma io quel che amo e quel che sogno lo avrò. Ecchecazzo! Non faccio mica il poeta, io! Io c’ho le palle!

Poi un giorno ti rendi conto che quel che potevi fare nella vita ormai l’hai fatto, e ti devi accontentare. Scopri che è dannatamente poco, quasi niente. Che quel trombone di Carducci non aveva tutti i torti. E, come lui, ti devi accontentare di chiedere la tua pace a un paesaggio, a qualcosa che non hai fatto tu, ma è tuo, e se ti venisse a mancare sarebbe peggio che farti amputare una gamba.

 

TRAVERSANDO LA MAREMMA TOSCANA

Dolce paese, onde portai conforme

L’abito fiero e lo sdegnoso canto

E il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,

Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

 

Ben riconosco in te le usate forme

Con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,

E in quelle seguo de’ miei sogni l’orme

Erranti dietro il giovenile incanto.

 

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano;

E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

E dimani cadrò. Ma di lontano

 

Pace dicono al cuor le tue colline

Con le nebbie sfumanti e il verde piano

Ridente ne le pioggie mattutine.

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“Cipango!” anche in e-book

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Cipango!

Riccardo Ferrazzi

Editore: Leone

Formato: EPUB con DRM

Testo in italiano

Cloud: Sì Scopri di più

Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più

Dimensioni: 3,12 MB

  • Pagine della versione a stampa: 407 p.
  • EAN: 9788863937138

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Migranti

Non ho modo di fare uno studio approfondito sui fenomeni migratori, e vado a lume di naso. Ma spesso ci vuole un bambino per gridare che il re è nudo, quindi non mi sembra un delitto se ci provo anch’io.

Partiamo da qualcosa di evidente: chi dalla Nigeria va in Libia per attraversare il Mediterraneo e venire in Europa può disporre di qualche migliaio di dollari per pagare i traghettatori. La maggior parte ha amici o parenti già stanziati in Francia, Germania, Inghilterra o Svezia, e cerca di raggiungerli perché si aspetta che gli procurino un lavoro.

Stando così le cose, chi volete che si fermi in Italia? Solo i disperati che scappano dal loro paese senza avere parenti che li aiutino né in patria né in Europa, e finiscono a fare gli schiavi a Villa Literno raccogliendo pomodori per quattro soldi, in condizioni disgustose. Sono una minoranza, e sono quelli che più avrebbero bisogno di aiuto: i profughi, i rifugiati, che scappano dal Sudan, dall’Eritrea e dalla Somalia. Quelli verso i quali noi italiani abbiamo un debito secolare.

Inutile far finta di non saperlo (come fa Macron): l’80% dei migranti sono migranti economici e il loro flusso non cesserà fino a quando non miglioreranno sensibilmente le condizioni economiche dell’Africa subsahariana (hai voglia!). È tutta gente che approda in Italia ma vuole raggiungere amici e parenti nell’Europa del nord. E sono tanti, troppi. Prepariamoci a vederli arrivare per altri cinquant’anni almeno.

Ora: che in Francia, Austria e Inghilterra si illudano di lasciare il problema sulle spalle di Italia, Spagna e Grecia, è anche comprensibile (fossimo noi al loro posto probabilmente la penseremmo allo stesso modo: dopo tutto, non abbiamo anche noi un Salvini?). Ed è puerile pensare di ripartire qualche migliaio di nigeriani fra Lituania, Slovacchia e Ungheria. I migranti economici sanno benissimo dove vogliono andare (non certo in Lituania). Basta un minimo di buon senso per capire che questa non può essere la soluzione.

Ebbene: di fronte a cento-duecentomila arrivi all’anno che cosa si pretende dall’Italia? Che rispediamo ogni anno ottanta-novantamila persone a casa loro (da dove immediatamente ripartirebbero per ritentare la sorte)? E chi paga? I rimpatri costano un sacco di soldi: ci vogliono agenti di custodia e precauzioni varie. Ma non solo: cosa dovrebbero diventare gli hotspot? Dei lager con reticolati e torrette da dove le sentinelle sparano su chi scappa? Dovremmo costruire un muro alla frontiera? Cerchiamo di essere seri: queste cose le faceva Breznev (e forse non piacevano neanche a lui).

Come al solito, i problemi veri non hanno soluzioni semplici. L’Africa continuerà a mandarci migranti ancora per anni, forse decenni. Dobbiamo trovare soluzioni complesse. Non sarà facile. Ma se continuiamo a baloccarci con certe idee, le soluzioni non le troveremo mai.

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Un viaggio

Perché ho l’impressione che la mia vita stia tutta in un viaggio da Madrid a Salamanca? Ho fatto avanti e indietro da tanti posti ma quello è l’itinerario che più di ogni altro mi ricorda il gioco dell’oca o la caccia al tesoro: un percorso disseminato di stazioni ognuna delle quali dovrebbe contenere un significato che però non si lascia afferrare con facilità. Forse perché non c’è?

Dopo San Lorenzo del Escorial l’autostrada sale ripida fra i pinastri che punteggiano le forre argillose, dilavate dalle piogge. Il passo in cima alla sierra si chiama Alto de los Leones, nessuno ha mai saputo dirmi perché. Forse ai tempi di Scipione l’Africano c’erano leoni anche qui.

Per me salire fin quassù è come vagare nell’oscurità. E ripenso alla notte in cui andai vicino a perdere la sicurezza in me stesso mentre risalivo le pendici sull’altro versante. Stavo tornando a Madrid e mi salvai perché andavo verso la luce, la razionalità.

Sì, forse mi salvai. Ma per fare che? Il viaggio vero è nella direzione opposta, verso Salamanca, l’occidente, l’enigma di un orizzonte confuso e sterminato.

Quassù c’è una piazzola e un belvedere. Mi fermo. Scendo. La vista spazia per decine di chilometri su una pianura che arriva fino all’orizzonte. La prima volta che mi ci affacciai era stato appena mietuto il frumento, non c’era neanche una nuvola e avevo il sole alle spalle: la Castiglia era tutta gialla, il cielo tutto azzurro, e la linea di confine fra terra e cielo era netta come un taglio di rasoio. L’aria era secca come quella del deserto. Vent’anni dopo erano cambiate le colture: il mais, che ha bisogno d’acqua, aveva reso il suolo verde e umido, e l’orizzonte non era più una linea netta ma una striscia caliginosa come l’alone di una cancellatura.

È così che la vita ci delude: da giovani crediamo di sapere quel che vogliamo e come ottenerlo; da vecchi portiamo le cicatrici di troppe delusioni e non crediamo più a niente.

***

Sulla strada di Avila, lungo le pendici settentrionali della sierra, a un certo punto c’è un grande prato verde cosparso di massi erratici, anche di grandi dimensioni. Non si capisce da dove siano discesi: non ci sono in vista cime, cocuzzoli, rocce da cui possano essersi staccati, e il pendio non è così ripido da farli rotolare. Sei costretto a pensare che milioni di anni fa esistesse una catena di monti alti e rocciosi, che un cataclisma abbia staccato quei massi e li abbia fatti rotolare a valle, e che nei diecimila millenni successivi il vento e la pioggia abbiano spianato la catena montagnosa fino a ridurla a un dolce declivio pelato.

Ma è possibile che gli agenti atmosferici abbiano sbriciolato una catena di montagne lasciando incolumi i massi erratici?

Davanti a questi misteri è meglio affidarsi alla fantasia, come faceva don Chisciotte, e immaginare una spiegazione diversa: quei massi sono biglie che i giganti si divertivano a far rotolare con un colpetto dell’indice. E come mai sono finite proprio qui? Chissà. I giganti hanno un cervello da bambini: giocano, danzano, svaniscono.

***

Avila è una città austera, chiusa nella sua cinta muraria rettangolare. Di lontano, l’ho ammirata tante volte. Ma non ho mai voluto entrarci: mi ha sempre fatto l’impressione di un luogo dove tutto si è fermato. Le strade, le case, sono le stesse di ottocento anni fa. L’aggiunta delle grondaie ai tetti e degli infissi alle finestre non ne ha turbato l’aspetto. Caldaie e termosifoni non hanno incrinato la solidità dei muri.

Niente industrie in questa città: solo mercato e turismo. L’industria di Avila erano le sue mura monumentali che proteggevano i contadini. Arrivavano spingendo le greggi, cercando protezione dalle scorrerie dei mori. Venivano a rifugiarsi dietro quelle mura ciclopiche per dare al Cid il tempo di organizzare la riscossa e liberarli dall’assedio.

Di tutte le stazioni nel viaggio verso Salamanca, Avila è quella che più chiaramente parla di morte. Ammiro la sua perfetta conservazione, ma è imbalsamata come una mummia. Avila sta a guardare chi passa e gli insinua nell’animo il primo presagio di ciò che lo aspetta alla fine del viaggio.

***

Poi si scende in una zona chiamata Abajo. Qui il panorama è assolutamente privo di verticalità: chilometri e chilometri di campagna senza una siepe, un pioppeto, un filare di frassini. Niente. Neppure un capanno per gli attrezzi. A perdita d’occhio tutto è area coltivata, un tempo a frumento, oggi a mais. Lo sguardo vola sempre allo stesso livello. Scendere nell’Abajo è come nuotare sott’acqua in apnea. Ci si sente in dovere di risalire, di esplodere in un salto, come se riemergere sia rinascere a una vita nuova e diversa.

Salamanca è dietro l’orizzonte: non si vede ma si intuisce, e alzando lo sguardo si ha l’impressione che nell’aria si muova qualcosa di impalpabile. Chi vive nell’Abajo sa che Salamanca è laggiù, dietro l’orizzonte. Lo sa, e non può vederla. La avverte con l’occhio della mente, la sente incombere. In mezzo a questa pianura ondulata che sembra spingersi fino a un irraggiungibile orizzonte ci si sente sorvolati, ignorati, respinti ai confini di una repubblica che pratica un rigido “numero chiuso”.

Chi vive qui, con i piedi affondati nella terra e gli occhi fissi nel cielo, deve concentrarsi sulla quotidianità: fatica fisica, arature, concimazioni, semine, raccolti, apprensioni per una grandinata, per i parassiti, per le fluttuazioni dei prezzi. Storia e cultura arrivano come un’eco, come un richiamo lontanissimo nel tempo e nello spazio, che anche per questo ha un fascino irresistibile.

Se Avila è la morte, l’Abajo è il purgatorio.

***

E prima di arrivare a Salamanca il percorso si sfrangia, si perde nelle onde immobili che increspano i campi fino all’orizzonte. Rivedo il Tormes dal ponte di Encinas, le sue acque limpide che fanno ondeggiare le alghe sul fondo, e nel ricordo tutto si confonde, indietreggia, si mantiene a distanza. Salamanca mi sfugge e io le giro attorno con circospezione.

A Ledesma era domenica mattina: la gente si affollava sul sagrato, le donne indossavano i costumi tipici, rossi, trapunti di lamé argentato, e portavano la pettinetta come Lucia Mondella. A Vecinos i tori erano accovacciati nell’erba alta e i mandriani a cavallo cercavano di spostarli. E al ritorno, mentre il cielo incupiva sulle interminabili piantagioni di madroños, apparve Sancho Panza in groppa al suo asino: un uomo panciuto con il viso tondo, che avrebbe passato la notte in chissà quale abituro e vagava in mezzo alla solitudine con pochi e scoordinati pensieri in testa cercando corbezzoli maturi da infilare nella bisaccia di iuta che gli pendeva sul petto e sulla schiena.

Anche questo è purgatorio, ma solo perché non esiste paradiso su questa terra. Tutto ciò che rimane fisso nella memoria sono pochi attimi che, nel momento in cui avvennero, abbiamo vissuto come istanti qualunque e che poi, senza un vero motivo, ricordiamo come vertici di felicità in una vita di noia, ora che il tempo è diventato acqua di torrente e non possiamo stringerlo fra le dita.

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