N.B. Un teppista di successo

Gli storici non sanno resistere alla tentazione di presentare i protagonisti della Storia come semidei che fin dalla nascita conoscono il loro destino e gli vanno incontro senza incertezze, a passo di marcia. Non è affatto così. Per fare la Storia bisogna essere avventurieri: gente che baratta gli ideali con il successo, che prende vie traverse, che intriga, bara, tradisce. E quando rischia, trema di paura.

Napoleone ne è un perfetto esempio: generale audace, politico dalle vedute limitate, esordì come rivoluzionario e si convertì in arrampicatore sociale per raggiungere il potere assoluto. Il suo unico scopo, al quale sacrificò ogni altra prospettiva, fu il successo personale.

Per capire che uomo fosse non dobbiamo lasciarci abbagliare dalle sue vittorie. Conviene piuttosto osservarlo all’opera quando era sconosciuto, quando puntava sui cavalli sbagliati, quando prendeva iniziative peregrine e vedeva franare le sue speranze una dopo l’altra.

Il ritratto che ne vien fuori non è quello di un superuomo o di un eroe. Semmai, è quello di un teppista sempre pronto a correre rischi. In combattimento, a volte si mostrò coraggioso, a volte no: nei momenti di sconforto, di paura, di indecisione, il futuro imperatore scadeva al livello dei comuni mortali.

Non fu soltanto Manzoni a chiedersi se quella di Napoleone fosse stata “vera gloria”: fra i suoi contemporanei se lo domandarono in tanti.

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Autunno

Io non so se bisogna arrivare alla mia età per capire certe cose. Magari sono io che sono duro di comprendonio. Ma sono arrivato alla conclusione che la poesia è quella maledetta cosa che, come la leggi, ti predispone alla critica, quasi ti costringe a tirar fuori gli schemi, ad applicarli a torto e a traverso, a trovare sempre qualcosa che non va, e a far diventare quel qualcosa una specie di peccato originale che manda a ramengo tutte le parole che (si spera!) l’autore ha distillato una per una lavorandoci su con la lima e col martello.
Forse è proprio necessario arrivare alla mia età per sentire un buco nel petto leggendo della signorina Felicita, della cerulea Dora e dei sentimenti sottili, del rispetto delle convenienze, delle piccole ipocrisie ottocentesche (piccole, perché quelle odierne non sono da meno!) e di un mondo che, a leggerlo a vent’anni, sembra morto e sepolto, e invece è vivo e vegeto: ha soltanto cambiato pelle.
Forse bisogna proprio arrivare in fondo alla vita per capire certe cose. Gozzano, quando le ha scritte, era giovane, ma aveva un avvoltoio appollaiato sulla spalla e lo sapeva. E per lui prendeva importanza anche quella signorina Felicita, bruttina, senza seno, con una dote miserevole, che gli aveva promesso di aspettarlo. “Tu mi hai amato”, signorina Felicita. E questo è tutto quanto un uomo può dire, quando il futuro non ha più prospettive. C’è stata una donna che, magari soltanto per un giorno, sull’onda di una immotivata infatuazione, mi ha voluto bene, ha pensato a una vita con me.
La poesia è fatta per dire queste cose, che non si potrebbero dire altrimenti. E al diavolo la critica, lo stile, gli stilemi, le seghe mentali, la linea lombarda e compagnia bella. Conta soltanto il senso di ciò che si dice, e dirlo in modo da farlo sentire a chi legge.

 

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Merde, alors!

Il facondo ministro lussemburghese che ha “cambronnizzato” Salvini ha dimostrato scarsa informazione, ma ci ha dato consigli preziosi. Gli emigranti italiani, più che in Lussemburgo, andarono in Germania da Gastarbeiter o a morire in miniera a Marcinelle (qualche chilometro più a nord, in Belgio), ma non con la pretesa di imporre a belgi e tedeschi il loro stile di vita; al contrario, fecero di tutto per integrarsi.

Ciò che il beneamato ministro non sa, o finge di non sapere, è che l’integrazione dei migranti subsahariani è tutt’altra faccenda. Chi viene dalla Nigeria o dal Senegal sa soltanto che in Europa si mangia, mentre a casa sua si fa la fame; è convinto che una volta in Italia potrà andarsene dove gli pare, e non gli passa neppure per l’anticamera del cervello che in Europa ci si aspetti da lui il comportamento di chi è ospite in casa d’altri.

Provi il sullodato ministro a ritrovarsi in casa, a Lussemburgo, non dico tanti, ma solo dieci o ventimila di questi migranti. Noi, a quanto pare, ne abbiamo ricevuti finora settecentomila. È vero che il nostro territorio è più vasto del Lussemburgo, ma quando abbiamo chiesto aiuto il Lussemburgo ci ha dato una mano? Quanti migranti ha accolto? Merde, alors!

Però qualcosa di vero in questi discorsi c’è, e il nostro Salvini farebbe bene a pensarci, invece di rincorrere gente come Orban dalla quale c’è ben poco da sperare. Dovremmo ricordare, almeno, che ci sono popoli in Africa verso i quali abbiamo debiti mai saldati. Mi riferisco a Eritrei, Somali e Etiopi. Non capisco perché imponiamo a questa gente dei viaggi disastrosi, nel corso dei quali succede letteralmente di tutto. Esistono corridoi umanitari che hanno messo in salvo centinaia di richiedenti asilo eritrei. Non è possibile incrementare questi canali? Non possiamo dichiarare ufficialmente che i cittadini eritrei possono richiedere la cittadinanza italiana? Ne avrebbero tutti i diritti: l’Eritrea fu italiana per almeno cinquant’anni.

Certo, una volta in possesso della cittadinanza italiana, grazie al trattato di Schengen, questi ex eritrei potrebbero circolare liberamente in tutta Europa. Per esempio, potrebbero andare in gita a Lussemburgo.

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Prima che te lo dicano altri

Con Marino Magliani ho perso il conto delle iniziative in cui siamo stati coinvolti e dei libri che abbiamo tradotto insieme, accomunati dalle nostre diverse esperienze di vita in Spagna e in Sudamerica. Ho letto tutti i suoi romanzi (e non posso fare a meno di citare almeno “Quattro giorni per non morire”, “La spiaggia dei cani romantici” e “Quella notte a Dolcedo”) e i suoi libri “di introspezione” (“Il canale bracco”, “Soggiorno a Zeewick” o “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”).

Confesso di avergli sempre invidiato la capacità di tenere il lettore aggrappato alla pagina anche quando non racconta fatti direttamente connessi con la vicenda. È una abilità che hanno in pochi (quando gli dico che in questo mi ricorda Hemingway, lui si mette a ridere), e ho sempre creduto che si trattasse di un dono, una facoltà innata. Questo romanzo mi ha fatto ricredere.

Ho avuto il privilegio di leggere “Prima che te lo dicano altri” fin dalla sua prima versione, quando il titolo provvisorio era ancora “Ciliegio Ferrovia”. Per uno scrittore, che è sempre un po’ filologo, è sempre istruttivo vedere come si sviluppa l’articolazione di una storia.

Il “Ciliegio” era poco più che una trama, il racconto di una ricerca, con un lungo prologo che doveva contenere molte spiegazioni. Ma per il lettore non è agevole cogliere i sintomi di ciò che deve ancora succedere, quando non sa cosa sarà, e neanche se succederà. La prima parte del “Ciliegio” sembrava sfilacciarsi in fatti e personaggi slegati fra loro, che apparivano e sparivano, e avevano l’aria di opporsi alla narrazione invece di darle senso. Rielaborare questo materiale, dargli compattezza e significato, mi appariva come un’impresa ai limiti dell’impossibile.

E invece no: la versione definitiva è stata una rivelazione. Nel “Ciliegio” Magliani non aveva semplicemente riversato nella pagina immagini e personaggi intravisti, abbozzati e ancora da sviluppare: no, il diabolico Marino aveva già tutto in mente, e ogni cosa aveva il suo perché. C’era soltanto da lavorarci su, scomporre e ricomporre, come si fa con il cubo di Rubik. Ricombinando gli elementi, tutto è andato a comporre un’unità organica: intorno al protagonista, con il suo passato, la sua cerchia di conoscenze, le sue fissazioni, la sua tenacia, le sue risorse, la sua cattiveria di bracconiere, ruota il mondo della val di Prino, che incombe sul Ponente ligure come una spada di Damocle fatta di solitudine, malinconia e trasgressioni.

Ed è stupefacente la naturalezza con cui Magliani fa sentire la fatica fisica degli uomini che coltivano le fasce, riparano muri a secco, innestano viti e ulivi; e intanto vivono in un paese che costringe a mantenere rapporti con tutti, chi dà affidamento e chi se ne approfitta,  perché poi insieme si va a caccia, si pesca di frodo, si comprano e si vendono i raccolti, si lavora nelle seconde case degli stranieri. Magliani racconta tutto questo con dettagli fatti di cose concrete, dipingendo atmosfere senza mai chiamarle per nome.

È questo il modo giusto per entrare nell’ambiente e capire come mai Leo Vialetti, che ha studiato poco e male, e non ha mai viaggiato per il mondo, a cinquantotto anni un bel giorno si imbarca su un volo da Nizza e se ne va in Argentina: attraversa el charco, “la pozzanghera”, l’Oceano Atlantico.

E “Pozzanghera” è il titolo della seconda parte del romanzo, in cui a poco a poco la tragedia prende forma. All’altro lato della pozzanghera c’è una terra segnata dalla tragedia dei desaparecidos, dove chi vuole rintracciare qualcuno non può fare a meno di commettere errori. Laggiù, in quella terra che sta agli antipodi, ma è così simile a noi nella lingua e nella mentalità, per un breve momento la ricerca è coronata dal successo. Ma gli errori compiuti si sommano fino a provocare un’altra avventura, una richiesta di silenzio e una conclusione definitiva. Leo Vialetti accetta tutto, anche il silenzio, anche la fine, perché sa che “la vita è una guerra di resistenza contro il presente. Le stagioni sono battaglie. Prima o poi si perde. Tutto lì”. L’avventura gli ha restituito ciò di cui sentiva la mancanza, ma il prezzo è la definitiva perdita di quell’improbabile ritrovamento.

E questo, in fondo, è il destino di noi tutti: passiamo la vita a rincorrere ciò che dovrebbe giustificare il nostro stare al mondo. Quasi mai riusciamo a raggiungerlo, e quando capita un colpo di fortuna non abbiamo neanche il tempo di rallegrarcene: le rose della vita durano l’espace d’un matin.

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Le magnifiche sorti e progressive

Si sa: non ci sono limiti al peggio. Ma, arrivato a settant’anni, pensavo di averle viste tutte.

E invece no. Da almeno vent’anni siamo impastoiati da governi che pensano di sopravvivere distribuendo mance e mancette a destra e a sinistra. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: un debito pubblico esagerato, la produttività che ristagna, l’occupazione che cresce solo per i lavoretti a ore, il PIL che fa pietà, lo spread che schizza, le agenzie di rating che si tirano indietro, la UE che ringhia.

Giustamente il popolo sovrano ha preteso di cambiare registro. Purtroppo non c’era molta scelta, e il plebiscito ha mandato nella stanza dei bottoni Giggino lo steward  e Matteo “facciaferoce”. Siccome due così non si può lasciarli soli, ci siamo dotati anche di un Toninelli e di alcuni cervelloni made in Rovellasca. Poi Santa Rita da Cascia ha fatto pescare dal mazzo anche qualche strano personaggio come Conte, Moavero e Tria.

Cos’hanno combinato i Nostri a tutt’oggi? Salvini ha ridotto drasticamente il traffico di schiavi tra la Libia e la Sicilia, e bisogna dargliene atto. Ma a che prezzo? La mia opinione su Macron (e su quel pesce in barile che risponde al nome di Angela Merkel) non è cambiata, ma c’era bisogno di andare a litigarci come comari sulla ringhiera? E cosa diavolo speriamo di guadagnare da una alleanza con personaggi come Orban, la cui lungimiranza fa venire in mente un paio di occhiali con lenti da 20 diottrie? Dico: starà mica facendo sul serio, il Matteo? Il futuro della patria, secondo lui, sarebbe in riva al Danubio?

L’ultima di ieri sera è l’uscita del Keynes di Cazzago Brabbia, cioè Giorgetti, che si è inventato di sforare il 3% di Maastricht per fare investimenti. Alla buon’ora! Resta da vedere se Keynes avrebbe avuto il coraggio di proporre una cosa del genere a chi ha un debito pubblico superiore al 130% del PIL e prospettive di crescita quasi nulle.

Ma tutto questo è niente in confronto al comportamento dell’eccellentissimo signor ministro Toninelli, del quale a tutt’oggi sono noti gli improperi lanciati contro Autostrade d’Italia, Atlantia e Benetton (cioè la stessa cosa), e la geniale idea di nazionalizzare le autostrade, mentre nulla ha da dire sui funzionari del suo ministero, che avrebbero dovuto controllare con occhio di falco la manutenzione di strade e ponti (compresi quelli di Anas in Sicilia, crollati quindici giorni dopo essere entrati in funzione). Come mai il giustizialista appena nominato non ha licenziato qualche decina di dirigenti del suo ministero (magari al grido di “Onestà!”?).

E come tacere di Giggino, che dopo aver gridato peste e corna di tutto e di tutti, ancora non sa prendere una decisione a proposito dell’ILVA? Volete sapere come andrà a finire? Fra qualche giorno ci sarà un incontro fra le parti. Giggino prenderà tempo una volta di più. E continuerà a prendere tempo finché Arcelor Mittal gli dirà “O così o pomì”. A quel punto calerà le braghe sulla sostanza, si farà dare una qualunque concessione di facciata, e ne menerà vanto come se avesse vinto la battaglia di Austerlitz.

Aspetto senza troppa trepidazione la prossima legge finanziaria. Flat tax, revisione della Fornero, reddito di cittadinanza, e altre mirabolanti promesse saranno ridotte ai minimi termini, per non dire azzerate. A meno che i nostri brillanti reggitori non scelgano il diluvio: procedura di infrazione della UE, intervento della troika, uscita dall’euro, default argentino.

Allegria! Se fossi il ministro Tria mi assicurerei una cattedra in qualche piccola università, magari in Andalusia o in Portogallo. Bei posti, dove si mangia bene.

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Odio strumentale

Con la gestione del caso della nave Diciotti si è chiarito una volta per tutte quali sono gli obbiettivi e la tecnica del governo giallo-verde. Non importa ottenere risultati, non importa far prevalere un punto di vista: ciò che conta è indirizzare l’odio delle masse verso un bersaglio.

La Guardia Costiera raccoglie un centinaio di eritrei vaganti nel Mediterraneo? Colpa di Malta che non se li piglia e non li accoglie. La UE ci dice “arrangiatevi”? E noi minacciamo di non pagare le quote. In questo modo ci facciamo dei nemici, facciamo incazzare Francia e Germania (che prima o poi troveranno il modo di farcela pagare), facciamo un regalo a Polonia, Cechia e Ungheria che mai e poi mai ce lo restituiranno? Chi se ne frega: l’unica cosa che ci interessa è dire all’opinione pubblca italiana che i cattivi sono gli stranieri e gli italiani che stanno dalla loro parte.

E allo stesso modo, l’ILVA era stata in qualche modo salvata dal precedente governo? Niente affatto: è stato perpetrato un “delitto perfetto”. Non importa che, dopo aver cacciato i Riva, si sia trovato un gestore affidabile per una acciaieria importantissima, che si sia salvata la maggior parte dei posti di lavoro, che il nuovo acquirente si sia impegnato a salvaguardare l’ambiente con miliardi di investimenti. Bisogna spargere fango su tutto ciò che è stato fatto da altri, concordato con i sindacati e con le rappresentanze locali, e indicare un nemico (nel caso specifico, il governo Renzi).

Il viadotto del Polcevera crolla? Colpa dei Benetton che hanno distribuito dividendi invece di fare investimenti e manutenzioni. E non importa che, conti alla mano, le manutenzioni siano state fatte, i controlli del Ministero siano agli atti, gli ulteriori interventi approvati (con le solite lentezze della burocrazia). Bisogna fantasticare addirittura di rinazionalizzare le autostrade (con quali soldi?). L’importante non è risolvere i guai e impostare soluzioni durevoli. No: l’importante è trovare un “cattivo” al quale addebitare tutte le colpe. È una tattica puerile? Può darsi. Ma chi se ne frega: funziona!

Non finirà qui. Ci sono la TAV e il TAP. Ci saranno cento altri casus belli. Prima che chi ha votato Salvini e Di Maio si renda conto di aver messo l’Italia in mano a due irresponsabili, ce ne vorrà. A me dispiace ricordare che già una volta l’Italia fu data in mano a un maestro elementare e la Germania a un imbianchino, ma non posso fare a meno di pensarci. Ogni nuova scoperta di Matteo e Giggino me lo fa ricordare. E ci soffro.

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Dilettanti allo sbaraglio

Davanti a una catastrofe come il crollo del viadotto del Polcevera cosa ci si dovrebbe aspettare da parte delle autorità? Soccorsi, indagini e SILENZIO. Innanzitutto per rispetto delle vittime, ma anche per serietà.

È evidente che la società concessionaria ha delle pesanti responsabilità, ma che senso ha prendere provvedimenti quando queste responsabilità sono ancora presunte e non si conoscono le eventuali corresponsabilità? Fare un articolo di fede della revoca della concessione (a qualunque prezzo e sfidando qualunque conseguenza giudiziaria) è insensato. Accertare le responsabilità per via giudiziaria significherebbe attendere cinque o sei anni prima di procedere? D’accordo, ma procedere sull’onda dell’indignazione, a occhi chiusi, è quanto di più balordo si sia mai visto.

Perché diavolo non si nomina una commissione d’inchiesta (affidandola magari al CNR) con il mandato tassativo di consegnare il responso entro sessanta giorni, e nel frattempo l’Avvocatura dello Stato esamina leggi e contratti per definire l’azione giuridica in modo da renderla inattaccabile da ricorsi e controricorsi?

Nossignori. Bisogna accusare i Benetton di aver pagato il PD (ma è poi vero?). Come dire che se invece avesse pagato i 5Stelle, il governo non se la sarebbe presa con loro? Bisogna revocare subito la concessione (per darla a chi?), a rischio di far pagare qualche miliardata allo Stato, e se qualcuno sussurra che forse è meglio studiare le carte prima di mettersi nei guai, allora si va in televisione a dichiarare che “chi non vuole la revoca deve passare sul mio cadavere!”.

L’unica cosa che interessa a Giggino Di Maio è sfruttare la tragedia per scagliarsi contro i suoi nemici politici. Alla faccia delle contraddizioni che il suo movimento sta accumulando, una dopo l’altra, con una rapidità incredibile.

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