Dilettanti allo sbaraglio

Davanti a una catastrofe come il crollo del viadotto del Polcevera cosa ci si dovrebbe aspettare da parte delle autorità? Soccorsi, indagini e SILENZIO. Innanzitutto per rispetto delle vittime, ma anche per serietà.

È evidente che la società concessionaria ha delle pesanti responsabilità, ma che senso ha prendere provvedimenti quando queste responsabilità sono ancora presunte e non si conoscono le eventuali corresponsabilità? Fare un articolo di fede della revoca della concessione (a qualunque prezzo e sfidando qualunque conseguenza giudiziaria) è insensato. Accertare le responsabilità per via giudiziaria significherebbe attendere cinque o sei anni prima di procedere? D’accordo, ma procedere sull’onda dell’indignazione, a occhi chiusi, è quanto di più balordo si sia mai visto.

Perché diavolo non si nomina una commissione d’inchiesta (affidandola magari al CNR) con il mandato tassativo di consegnare il responso entro sessanta giorni, e nel frattempo l’Avvocatura dello Stato esamina leggi e contratti per definire l’azione giuridica in modo da renderla inattaccabile da ricorsi e controricorsi?

Nossignori. Bisogna accusare i Benetton di aver pagato il PD (ma è poi vero?). Come dire che se invece avesse pagato i 5Stelle, il governo non se la sarebbe presa con loro? Bisogna revocare subito la concessione (per darla a chi?), a rischio di far pagare qualche miliardata allo Stato, e se qualcuno sussurra che forse è meglio studiare le carte prima di mettersi nei guai, allora si va in televisione a dichiarare che “chi non vuole la revoca deve passare sul mio cadavere!”.

L’unica cosa che interessa a Giggino Di Maio è sfruttare la tragedia per scagliarsi contro i suoi nemici politici. Alla faccia delle contraddizioni che il suo movimento sta accumulando, una dopo l’altra, con una rapidità incredibile.

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Ebrei, arabi e greci

A questo mondo si può commerciare con chiunque, ma ognuno va preso per il suo verso, e bisogna sapere qual è. In Medio Oriente, in materia di affari, ci sono tre scuole di pensiero.

Un israeliano parte dal presupposto che tu sei un ladro venuto per rubare anche le mutande al galantuomo che sta trattando con te. E te lo dice in faccia. Chi si trova per la prima volta davanti a questa tattica negoziale non può fare a meno di domandarsi: se questo è ciò che pensi di me, perché perdi tempo a discutere la mia offerta? Perché non mi mandi al diavolo?

Ma è qualcosa di più di una tattica. È un modo di essere. L’affarista di Tel Aviv o di Haifa si considera derubato se chi gli vende una qualunque merce trattiene anche il più onesto dei margini di guadagno. Ma è altrettanto vero che, senza profitto, nessuno avrebbe interesse a vendergli anche solo uno spillo. E lui lo sa. Gli costa ammetterlo, ma lo sa. La condizione psicologica del commerciante israeliano è contrassegnata da un perenne e irrisolvibile conflitto interiore.

In realtà, quel suo modo di fare sgarbato è un avvertimento e uno scarico di coscienza: la trattativa sarà una guerra senza esclusione di colpi, nella quale lui non crederà a una sola delle tue parole e tu farai bene a non credere alle sue. Non illuderti che la tua controparte sia onesta, sincera, sportiva o cavalleresca (perché poi, nel corso della trattativa, di bugie ne dirà a bizzeffe), ma devi riconoscere che ti ha avvisato.

Invece gli arabi, pur nelle loro diversità geografiche e storiche, seguono un metodo completamente diverso. Danno per scontato che dalla trattativa tu vuoi ricavare un guadagno e non lo chiamano furto perché anche loro trattano in vista di un profitto e non se ne vergognano. Ma sanno bene che in qualunque trattativa bisogna prendere delle precauzioni, se non si vuole correre il rischio di essere malamente bidonati.

Il loro sistema è valutare la persona che hanno di fronte. Manterrà i suoi impegni? È in grado di farlo? Ha voglia di farlo?

E per decidere se è il caso di accordarti la loro fiducia vogliono conoscerti, sapere cosa ti aspetti dalla vita, come vedi la politica internazionale, se credi in Dio, eccetera eccetera.

Chi non è preparato a un simile interrogatorio, chi ha ritegno ad aprirsi, rischia di essere tenuto a distanza. Ma per chi accetta il confronto trattare con gli arabi è un piacere: basta essere se stessi e presentarsi con sincerità. Se il tuo interlocutore ti trova antipatico, non concluderai mai l’affare. Tanto vale parlar chiaro e cercar di ispirare fiducia, trovare qualche interesse in comune: il calcio, le Dolomiti, la pastasciutta. Le donne no. Di donne, con gli arabi, ci puoi parlare solo dopo anni di sincera amicizia.

Ma i più in gamba di tutti sono i greci. Soprattutto i tantissimi greci che vivono in Turchia, in Libano, in Egitto. Durante la trattativa sono pirotecnici e pieni di cavilli; tendono a non darti tempo per riflettere, ma sono sempre dannatamente concreti. La loro marcia in più è la versatilità. Sono così eclettici, elastici e proteiformi che riescono sempre a metterti in difficoltà. Non ho mai conosciuto nessuno con un’agilità mentale pari a quella di un commerciante greco.

L’unico modo per resistere al vortice delle loro argomentazioni è chiudersi nel proprio guscio e arrivare al limite del “prendere o lasciare”. Ma non sempre te lo puoi permettere e, se proprio sei costretto ad accettare battaglia, è molto probabile che il greco ti farà fesso. Eppure, sapete cosa vi dico? Anche a costo di rimetterci, vale la pena di osservarlo all’opera: un greco in affari è una libidine intellettuale.

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Scarsa produttività

Da un punto di vista economico-sociale, gli italiani sono dominati da due demoni uguali e contrari: da un lato l’intraprendenza individuale, dall’altro la vocazione a fare cartello.

In Italia non ci si associa e non ci si sottomette. L’italiano detesta l’idea di timbrare il cartellino fino al momento di andare in pensione. Non accetta ordini senza discuterli e senza pensare che “è tutto sbagliato, è tutto da rifare”. E, dal suo punto di vista, ha ragione perché l’azienda come l’ha in mente lui è molto più piccola, agile, senza condizionamenti e quindi molto più spregiudicata. In fin dei conti, è grazie a lui se in Italia ci sono decine di migliaia di piccole aziende che si impadroniscono delle nuove tecnologie e le fanno evolvere specializzandole.

Ma le aziende non possono restare piccole in eterno. La forza delle cose le condanna a crescere, a confrontarsi con la concorrenza, a cercare le economie di scala. E i problemi che incontrano nel crescere, oltre a quelli strettamente tecnici, sono questi: 1) i dipendenti più in gamba non sopportano di essere inquadrati gerarchicamente e lasciano l’azienda per mettersi in proprio, 2) quando i dipendenti in gamba se ne vanno le economie di scala non bastano a compensare il calo della produttività, 3) di conseguenza la concorrenza sui mercati esteri è sempre più difficile da battere.

A questo punto scatta la “voglia di cartello”. Le aziende dello stesso settore rinunciano a competere sui mercati esteri. Invece di farsi concorrenza, si accordano per spartirsi il mercato interno e per tenere alla larga chi cerca di entrarci. I sindacati vengono rapidamente convinti a sostenere questo sistema in cambio della garanzia dei livelli occupazionali. Le autorità politiche ottengono la pacifica conclusione dei contratti di lavoro e, quando qualche azienda va in crisi, intervengono con soldi dello stato secondo il noto metodo “privatizzare i profitti e statalizzare le perdite”.

Il risultato (se preferite dategli pure un altro nome, ma la sostanza non cambia) si chiama corporativismo. E, indipendentemente dalle pregiudiziali ideologiche, funziona né bene né male finché si applica a un mercato di dimensioni ridotte o a un periodo storico in cui le innovazioni tecnologiche non hanno una portata rivoluzionaria. Dopo tutto, i mercati protetti hanno anche qualche merito: tenendo in piedi le aziende che non raggiungono la massa critica favoriscono la pace sociale e garantiscono i redditi futuri dei lavoratori (cosa che li invoglia a indebitarsi per acquistare la casa, il che mette in moto il settore trainante dell’economia).

Fino al 20 settembre 1870, anche se poveracci, i romani stavano benissimo sotto il governo papalino, che perdonava tutto con tre pateravegloria, non li obbligava ad ammazzarsi di lavoro, e se uno proprio nun ciaveva da magnà andava a bussare alla porta di un convento e un piatto di minestra lo rimediava. Poi, all’improvviso, bum bum, con quattro cannonate a Porta Pia arrivano quei rompiscatole dei piemontesi e, porca miseria, dalla sera alla mattina tutte le regole cambiano, bisogna arrangiarsi, cercare altri santi in paradiso. Uff, che palle!

Insomma: i nodi, presto o tardi, vengono al pettine. Nell’800 ogni stato viveva chiuso in se stesso e, se aveva bisogno di sbocchi commerciali, cercava di ingrandirsi con le colonie. Oggi c’è la globalizzazione. Le informazioni circolano. I mercati si aprono. Arrivano i cinesi, così come ieri erano arrivati i giapponesi (e prima ancora erano arrivati gli italiani). I cartelli si sgretolano. Le aziende falliscono.

E allora cosa è meglio: alzare una muraglia e chiudersi dentro con i viveri razionati, oppure stare perennemente sul piede di guerra? Da un punto di vista di teoria politico-socio-economica, ognuno dà la risposta che meglio si adatta ai suoi pregiudizi ideologici. Io credo che le strategie vadano adeguate alle circostanze: ci sono momenti storici in cui tanto vale chiudersi a riccio e altri in cui bisogna farsi forza e uscire in campo aperto.

Guardate la costruzione della Comunità Europea: partita con l’idea di sviluppare la circolazione di uomini, capitali e merci, ha smantellato le muraglie interne fra gli stati soci; poi però ha avuto paura del suo stesso coraggio e ha lasciato in piedi quelle verso l’esterno. Ha creato un mercato più ampio, ma l’ha isolato dal resto del mondo. Così, quando si sono fatti avanti cinesi e indiani, ci hanno trovati con i pantaloni abbassati.

È vero che non è facile competere con chi fa lavorare la gente in condizioni di quasi schiavitù, ma è altrettanto vero che al giorno d’oggi chiudere un mercato è praticamente impossibile. D’altra parte, rifiutare uno sbocco per le merci dei paesi sottosviluppati significherebbe condannare interi popoli alla fame (il che, oltre che moralmente ripugnante, è antieconomico). Quindi competere bisogna.

Semmai varrebbe la pena di sottolineare che chi non è masochista eviterà di competere con una mano legata dietro la schiena. Ma non si può mai sapere. Se siamo un paese sostanzialmente corporativo non è solo perché questo modo di intendere l’economia fu codificato sotto il fascismo. Se fosse solo per questo, in sessant’anni l’avremmo spazzato via. No, il guaio è che noi italiani le due passioni contraddittorie, intraprendenza e voglia di tranquillità, le abbiamo nel sangue. E non è detto che a prevalere sia quella adatta al momento. Anzi.

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La logica non basta

A proposito di intuizioni, non si può fare a meno di rilevare che sono proprio i matematici e i fisici (non gli esoteristi!) a dichiarare che un sicuro sintomo di verità in una enunciazione matematica è la sua “eleganza” o, tout court, la sua “bellezza”. Già Guglielmo di Ockham aveva stabilito (ma non dimostrato) il principio che per qualunque problema la soluzione più semplice è quella giusta. Il cosiddetto “rasoio di Ockham” è anch’esso un’intuizione, e non è possibile darne una dimostrazione rigorosa, ma non c’è dubbio che molto spesso semplicità, eleganza e verità vanno a braccetto.

Quando parlano di bellezza gli scienziati si riferiscono alla coerenza interna dell’enunciato, che dà una sensazione di equilibrio. Ma, qualunque cosa intendano, è strano sentire degli scienziati esprimersi in questi termini. Se fossero artisti una simile dichiarazione sarebbe la scoperta dell’acqua calda: come fa un artista a decidere se i suoi versi (o le sue melodie, o i suoi quadri, ecc. ecc.) sono pronti per essere presentati al pubblico? Devono essere belli!

Ma qui casca l’asino. Gli scienziati, un attimo dopo aver tirato in ballo la bellezza, fanno precipitosamente marcia indietro: sì, è vero che lo diciamo, ma non prendeteci sul serio; è soltanto un modo per compiacerci delle nostre scoperte.

La verità (scandalosa, impronunciabile) è che solo le intuizioni fanno progredire la scienza. Sotto sotto, gli scienziati lo sanno, ma non lo ammetteranno mai: se lo facessero, sarebbero costretti a riconoscere che l’idea di un mondo diviso in due parti opposte e incomunicabili, una dominata dalla ragione e l’altra dal caso, è una semplificazione ingiustificata.

Gli scienziati non possono tollerare l’idea che esistano parametri (magari diversi ma ugualmente validi) sia per l’area dominata dalla ragione che per quella, enorme e inesplorata, che preferiscono lasciare al caso. Meno ancora sono disposti a riconoscere che questi parametri siano qualcosa di non matematico, e che possano addirittura far riferimento a un criterio vago e sfuggente come la bellezza. Però si ritengono liberi di farne uso, a condizione di non dichiararlo pubblicamente. Si comportano cioè come gli adulteri. E non è il caso di scandalizzarsi per questo paragone. L’intuizione è una forma di consonanza fra l’uomo e l’universo: ha qualcosa a che fare con l’amore.

L’intuizione di Galileo a proposito del pendolo può apparire come una semplice generalizzazione, magari un po’ temeraria ma facilmente controllabile con un esperimento. L’intuizione che fece schizzare Archimede fuori dal bagno strillando “Eureka!” nasceva dalla sensazione di minor peso che proviamo quando ci immergiamo nell’acqua (ma è probabile che la prima verifica capace di convincere tutti sia avvenuta solo quando fu varato il primo scafo metallico). Invece l’intuizione di Fermat andava al di là di tutti gli strumenti di calcolo conosciuti, non generalizzava un’osservazione specifica e l’unico spunto che l’aveva motivata era l’aver cercato una soluzione e non averla trovata.

Chi volesse insistere a parlare di generalizzazioni dovrebbe perlomeno riconoscere che in questi tre casi il grado di temerarietà è diverso e crescente. Ma l’intuizione ha poco a che fare con la logica: è più simile al presentimento o alla cosiddetta “ispirazione”. Tentar di ridurre l’intuizione a una generalizzazione non ha senso. Indurre è probabilmente una struttura a priori della mente umana, ma intuire è qualcosa di diverso: è la facoltà di sintonizzarsi su una particolare lunghezza d’onda della realtà.

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Viva la scienza!

Il minimo che si possa dire della scienza è che nel giro di un paio di secoli ha accumulato meriti incalcolabili. Ha tolto di mezzo problemi che sembravano insolubili e, anche quando ne ha creati altri, il saldo costi-benefici è rimasto positivo. I progressi della medicina hanno fatto crollare la mortalità infantile e aumentato la speranza di vita. È vero che, in conseguenza di ciò, la popolazione mondiale è esplosa e si sono innescati i fenomeni migratori; ma nel contempo i progressi delle tecnologie agricole hanno ridotto e continuano a ridurre l’area della fame. Allo stesso modo la dinamo e il motore a combustione interna hanno infinitamente migliorato la qualità della vita. E se produrre energia ha aggravato il riscaldamento globale, in un modo o nell’altro la scienza troverà un rimedio. Da chi se non dalla scienza è lecito aspettarsi la soluzione per gli squilibri planetari? Nei confronti della scienza non si può nutrire altro che gratitudine e fiducia.

Tutto questo è abbastanza vero. Ma per quanto grandi siano i meriti della scienza non è serio accettare senza discussioni qualunque teoria che ci venga presentata come “scientifica”. Tanto più che il modo di procedere della scienza non raggiunge lo stesso livello di rigore in ogni sua fase.

Gli scienziati ottengono i loro successi proponendo ipotesi e verificandole con opportuni esperimenti. Ma come arrivano a formulare una teoria? E che succede quando la verifica sperimentale tarda ad arrivare? Generalmente si propone una ipotesi quando si riscontra una incongruenza fra la teoria e la realtà. Ma non sempre la soluzione che viene affacciata per prima è quella giusta e se le prove sperimentali continuano a mancare può succedere che il disorientamento indirizzi gli scienziati verso ipotesi ingannevoli.

Gli esempi non mancano. Senza rivangare la tragicommedia della “fusione fredda”, basta ricordare la teoria delle stringhe e lo spazio di Calabi-Yau: elaborazioni concettuali che per un certo periodo hanno goduto di grande credito ma, davanti alla totale assenza di riscontri sperimentali, sono state lasciate cadere.

Un caso particolare è quello dell’etere, non meglio definita sostanza che per secoli fu ipotizzata da tutti i cosmologhi come la materia che riempiva gli spazi interplanetari. Agli inizi del Novecento la comunità scientifica lo dichiarò inesistente, e così rimase per quasi un secolo. Ma non si può dichiarare inesistente il 95% della realtà solo perché non si sa dire di che cosa è fatto. E l’etere venne risuscitato ribattezzandolo “materia oscura”. E siamo daccapo!

D’altra parte, non si può dimenticare che la fisica quantistica (ormai comunemente accettata, anche se solo in parte verificata dagli esperimenti) è stata sviluppata a partire da ipotesi che apparivano inverosimili non soltanto al tabaccaio e al salumiere ma anche a scienziati del calibro di Einstein.

Eppure, nonostante gli insuccessi, la precarietà delle teorie e l’ormai pacifica accettazione della loro perenne “falsificabilità”, per il pubblico la scienza continua a essere il regno delle certezze assolute. Nel lessico corrente l’aggettivo “scientifico” è sinonimo di “vero e reale”, mentre dichiarare che qualcosa “non è scientifico” equivale a dire che è un inganno, magari non doloso ma certamente colposo, colposissimo.

L’imperialismo culturale della scienza è arrivato a persuaderci che gran parte (il 95%?) della nostra vita è dominata dal caso ed è sostanzialmente priva di senso. Può darsi che sia proprio così. Ma non è dimostrato. Di certo c’è che in questo modo gli scienziati si sono sbarazzati dell’impaccio di indagare su tutto ciò che non si vede e non si tocca. La maggior parte di loro si dichiara atea e finge di non accorgersi che anche l’ateismo è una fede.

Fatto sta che per la scienza i sentimenti devono esser considerati irrazionali, fallaci, buoni tutt’al più per confezionare film e romanzi; e i fatti inspiegabili (che sono sempre esistiti e continuano a prodursi) devono essere etichettati a priori come trucchi o coincidenze e vanno espulsi dal novero delle cose di cui vale la pena occuparsi. Pretesa davvero eccessiva dal momento che, pur continuando a essere inspiegabili, non smettono di essere fatti. Sono lì, documentati, comprovati, e spesso anche ripetuti. Il loro unico difetto è che la scienza non sa spiegare come possono essere avvenuti.

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Dazi?

Da un punto di vista economico-sociale, gli italiani sono dominati da due demoni uguali e contrari: da un lato l’intraprendenza individuale, dall’altro la vocazione a fare cartello.

In Italia non ci si associa e non ci si sottomette. L’italiano detesta l’idea di timbrare il cartellino fino al momento di andare in pensione. Non accetta ordini senza discuterli e senza pensare che “è tutto sbagliato, è tutto da rifare”. E, dal suo punto di vista, ha ragione perché l’azienda come l’ha in mente lui è molto più piccola, agile, senza condizionamenti e quindi molto più spregiudicata. In fin dei conti, è grazie a lui se in Italia ci sono decine di migliaia di piccole aziende che si impadroniscono delle nuove tecnologie e le fanno evolvere specializzandole.

Ma le aziende non possono restare piccole in eterno. La forza delle cose le condanna a crescere, a confrontarsi con la concorrenza, a cercare le economie di scala. E i problemi che incontrano nel crescere, oltre a quelli strettamente tecnici, sono questi: 1) i dipendenti più in gamba non sopportano di essere inquadrati gerarchicamente e lasciano l’azienda per mettersi in proprio, 2) quando i dipendenti in gamba se ne vanno le economie di scala non bastano a compensare il calo della produttività, 3) di conseguenza la concorrenza sui mercati esteri è sempre più difficile da battere.

A questo punto scatta la “voglia di cartello”. Le aziende dello stesso settore rinunciano a competere sui mercati esteri. Invece di farsi concorrenza, si accordano per spartirsi il mercato interno e per tenere alla larga chi cerca di entrarci. I sindacati vengono rapidamente convinti a sostenere questo sistema in cambio della garanzia dei livelli occupazionali. Le autorità politiche ottengono la pacifica conclusione dei contratti di lavoro e, quando qualche azienda va in crisi, intervengono con soldi dello stato secondo il noto metodo “privatizzare i profitti e statalizzare le perdite”.

Il risultato (se preferite dategli pure un altro nome, ma la sostanza non cambia) si chiama corporativismo. E, indipendentemente dalle pregiudiziali ideologiche, funziona né bene né male finché si applica a un mercato di dimensioni ridotte o a un periodo storico in cui le innovazioni tecnologiche non hanno una portata rivoluzionaria. Dopo tutto, i mercati protetti hanno anche qualche merito: tenendo in piedi le aziende che non raggiungono la massa critica favoriscono la pace sociale e garantiscono i redditi futuri dei lavoratori (cosa che li invoglia a indebitarsi per acquistare la casa, il che mette in moto il settore trainante dell’economia).

Fino al 20 settembre 1870, anche se poveracci, i romani stavano benissimo sotto il governo papalino, che perdonava tutto con tre pateravegloria, non li obbligava ad ammazzarsi di lavoro, e se uno proprio nun ciaveva da magnà andava a bussare alla porta di un convento e un piatto di minestra lo rimediava. Poi, all’improvviso, bum bum, con quattro cannonate a Porta Pia arrivano quei rompiscatole dei piemontesi e, porca miseria, dalla sera alla mattina tutte le regole cambiano, bisogna arrangiarsi, cercare altri santi in paradiso. Uff, che palle!

Insomma: i nodi, presto o tardi, vengono al pettine. Nell’800 ogni stato viveva chiuso in se stesso e, se aveva bisogno di sbocchi commerciali, cercava di ingrandirsi con le colonie. Oggi c’è la globalizzazione. Le informazioni circolano. I mercati si aprono. Arrivano i cinesi, così come ieri erano arrivati i giapponesi (e prima ancora erano arrivati gli italiani). I cartelli si sgretolano. Le aziende falliscono.

E allora cosa è meglio: alzare una muraglia e chiudersi dentro con i viveri razionati, oppure stare perennemente sul piede di guerra? Da un punto di vista di teoria politico-socio-economica, ognuno dà la risposta che meglio si adatta ai suoi pregiudizi ideologici. Io credo che le strategie vadano adeguate alle circostanze: ci sono momenti storici in cui tanto vale chiudersi a riccio e altri in cui bisogna farsi forza e uscire in campo aperto.

Guardate la costruzione della Comunità Europea: partita con l’idea di sviluppare la circolazione di uomini, capitali e merci, ha smantellato le muraglie interne fra gli stati soci; poi però ha avuto paura del suo stesso coraggio e ha lasciato in piedi quelle verso l’esterno. Ha creato un mercato più ampio, ma l’ha isolato dal resto del mondo. Così, quando si sono fatti avanti cinesi e indiani, ci hanno trovati con i pantaloni abbassati.

È vero che non è facile competere con chi fa lavorare la gente in condizioni di quasi schiavitù, ma è altrettanto vero che al giorno d’oggi chiudere un mercato è praticamente impossibile. D’altra parte, rifiutare uno sbocco per le merci dei paesi sottosviluppati significherebbe condannare interi popoli alla fame (il che, oltre che moralmente ripugnante, è antieconomico). Quindi competere bisogna.

Semmai varrebbe la pena di sottolineare che chi non è masochista eviterà di competere con una mano legata dietro la schiena. Ma non si può mai sapere. Se siamo un paese sostanzialmente corporativo non è solo perché questo modo di intendere l’economia fu codificato sotto il fascismo. Se fosse solo per questo, in sessant’anni l’avremmo spazzato via. No, il guaio è che noi italiani le due passioni contraddittorie, intraprendenza e voglia di tranquillità, le abbiamo nel sangue. E non è detto che a prevalere sia quella adatta al momento. Anzi.

 

Questo post ha qualche anno. Ma è come se l’avessi scritto ieri. Donald Trump deve avere qualche antenato italiano.

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Emmanuel le Moko

Eccellentissimo Monsieur le Président della gloriosa République Française, non so dirLe con quale gioia, con quanto sollucchero intellettuale, ho osservato il Suo modo di gestire il problema delle migrazioni. Ella conosce perfettamente ogni aspetto della questione, dato che gran parte dei paesi di provenienza dei migranti sono ex colonie francesi tuttora occupate in un modo o nell’altro dalla Legione Straniera. Ella ha mostrato all’Europa e al mondo che alla gloriosa république nulla frega dei migranti subsahariani che, non volendo morir di fame a casa loro, preferiscono affogare a dieci miglia da Tripoli: se la vedano Malta e Italia.

Ella non l’ha detto a chiare lettere, ma cosa dovrebbero essere gli hotspot (i centri che, secondo il Suo alto consiglio, l’Italia, e solo lei, dovrebbe allestire) se non agglomerati di baracche circondate da reticolati con torrette presidiate da tiratori scelti (istruiti preferibilmente in Germania) pronti a sparare su chi tentasse di fuggire?

Ella non ritiene (e chi se la sentirebbe di dissentire dalla Sua alta opinione?) che la migrazione “economica” sia un fenomeno epocale. Il Suo alto parere è che il mare e cinque o sei lager opportunamente disposti siano sufficienti ad arrestare una valanga di gente disperata, pronta a morire di sete nel deserto, di vessazioni nei campi libici e di naufragio nel Mediterraneo, pur di abbandonare i paradisi subsahariani.

O forse, nella Sua alta e nobile visione, i lager (da allestire rigorosamente in Italia) basteranno a contenere il problema per il tempo necessario e sufficiente a compiere due mandati presidenziali. In questo caso sono certo, eccellentissimo monsieur le président, che Lei non mancherà di far avere all’Italia una mancetta di qualche striminzito milione. Tanto, la pagherà la Germania, vero?

Niente di più facile che il gioco Le riesca, eccellentissimo, vista la qualità degli statisti con cui si trova a contendere. E bravo Manu! Il problema se lo ritroverà il tuo successore, e a quel punto l’Italia sarà così mal ridotta da non poter garantire, non dico gli hotspot, ma neanche il servizio di guardacoste. I migranti economici arriveranno a decine di migliaia, con i barconi, per levarceli di torno gli daremo la cittadinanza italiana, così prenderanno subito la via di Ventimiglia. E a quel punto alla gloriosa République non resterà che denunciare il trattato di Schengen.

Ciao Manu. Va’ a quel paese. Con osservanza, beninteso.

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