Riccardo Ferrazzi, N.B. Un teppista di successo

via Riccardo Ferrazzi, <em>N.B. Un teppista di successo</em>

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Appuntamento

18 Novembre   ore 11,00

presso il CENTRO CULTURALE

Largo Corsia dei Servi,  4        Milano

in sala AUDITORIUM

il vostro aff.mo insieme a Roberto Plevano presenterà

N.B. Un teppista di successo

 

Non mancate !!!

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Tiriamo qualche somma?

Qualche somma è ora di tirarla. I nostri sommi reggitori sono gente di parola: hanno promesso il “reddito di cittadinanza”, l’abolizione della Fornero, più qualche altra quisquilia, e, puntuali come cronometri svizzeri, sono pronti a mantenere. Costi quel che costi.

E siccome i costi ci sono, pesanti ed evidenti, hanno bell’e pronta la loro strategia.

Costi: eh beh, prima dell’arrivo di Matteo&Giggino, l’infausto Padoan e il mellifluo Gentiloni pagavano interessi sul nostro elefantiaco debito inferiori al 2%. Lunedì saranno probabilmente vicini al 4%. Nei prossimi giorni la UE farà sempre più la faccia feroce e il 31 Dicembre la BCE smetterà di acquistare BTP. Si accettano scommesse su quale sarà il tasso delle emissioni di BTP in gennaio. Nel frattempo, chi di noi ha dei BTP (e magari li ha pagati più della pari) li vedrà scendere a 90-80.

La strategia governativa prevede una duplice offensiva: da un lato tutto questo accade perché c’è un complotto (di Merkel e Macron, di Junker, Dombrovsky e Moscovici, delle agenzie di rating, della speculazione internazionale, di Soros e forse anche di Nosferatu), dall’altro tutti questi cattivoni hanno i giorni contati perché in primavera, alle elezioni europee, saranno spazzati via dal trionfo populista-sovranista.

Personalmente non sono sicuro che il suddetto trionfo sarà così totale da permettere al nuovo parlamento di sfiduciare la Commissione e nominarne una di suo gradimento. Se non sbaglio, la Commissione è nominata dai governi dei singoli stati; quindi, per nominarne una che piaccia a Salvini, Le Pen, Orban e compagnia, bisogna prima cambiare i governi di Germania, Francia, Benelux, ecc. ecc. Ma supponiamo che le elezioni diano ai cosiddetti sovranisti la maggioranza assoluta nel parlamento di Strasburgo e che questo significhi mettere nelle loro mani la gestione della UE. Che succede?

Tutti gli stati confinanti con la Russia continueranno a pretendere che la UE esista, che in qualche modo li difenda, che continui a sovvenzionarli (quasi tutti ricevono dall’Europa più di quanto pagano), ma che non metta il naso nella loro scarsa democrazia, nella loro insofferenza per i migranti, nella loro assoluta mancanza di solidarietà verso gli altri stati dell’Unione. Ben pochi (forse soltanto l’Italia) pretenderanno di mandare in soffitta gli accordi di Maastricht, e gli altri non ci ascolteranno nemmeno.

A questo punto, se i sondaggi non saranno proprio disastrosi, i nostri reggitori sfodereranno l’arma segreta (mica tanto): basta con l’euro! E magari basta anche con l’Europa!

Nel frattempo (ormai saremo arrivati all’autunno del 2019) i vari Moody’s, Standard&Poor, Fitch e compagnia bella avranno fatto il downgrade definitivo: i BTP saranno ufficialmente ritenuti spazzatura, la BCE non potrà più detenerli e li riverserà sul mercato. Chi li avrà ancora in portafoglio potrà pensare a loro con la stessa nostalgia con cui tutti quanti ricordiamo il primo amore. Chi penserà a un mutuo per comprare un appartamento invece di andare in banca dovrà rivolgersi a Shylock (con le conseguenze del caso). Le aziende (quelle che potranno) faranno armi e bagagli e chi s’è visto s’è visto.

Il passo successivo si chiama default. Chiedete a Giggino; scommetto che risponderà: “E chi se ne frega? Anche dopo il default qualcuno che ci presta i soldi lo troviamo sempre. Guardate l’Argentina!”

Ecco, appunto. Guardiamo l’Argentina.

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N.B. Un teppista di successo

Gli storici non sanno resistere alla tentazione di presentare i protagonisti della Storia come semidei che fin dalla nascita conoscono il loro destino e gli vanno incontro senza incertezze, a passo di marcia. Non è affatto così. Per fare la Storia bisogna essere avventurieri: gente che baratta gli ideali con il successo, che prende vie traverse, che intriga, bara, tradisce. E quando rischia, trema di paura.

Napoleone ne è un perfetto esempio: generale audace, politico dalle vedute limitate, esordì come rivoluzionario e si convertì in arrampicatore sociale per raggiungere il potere assoluto. Il suo unico scopo, al quale sacrificò ogni altra prospettiva, fu il successo personale.

Per capire che uomo fosse non dobbiamo lasciarci abbagliare dalle sue vittorie. Conviene piuttosto osservarlo all’opera quando era sconosciuto, quando puntava sui cavalli sbagliati, quando prendeva iniziative peregrine e vedeva franare le sue speranze una dopo l’altra.

Il ritratto che ne vien fuori non è quello di un superuomo o di un eroe. Semmai, è quello di un teppista sempre pronto a correre rischi. In combattimento, a volte si mostrò coraggioso, a volte no: nei momenti di sconforto, di paura, di indecisione, il futuro imperatore scadeva al livello dei comuni mortali.

Non fu soltanto Manzoni a chiedersi se quella di Napoleone fosse stata “vera gloria”: fra i suoi contemporanei se lo domandarono in tanti.

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Autunno

Io non so se bisogna arrivare alla mia età per capire certe cose. Magari sono io che sono duro di comprendonio. Ma sono arrivato alla conclusione che la poesia è quella maledetta cosa che, come la leggi, ti predispone alla critica, quasi ti costringe a tirar fuori gli schemi, ad applicarli a torto e a traverso, a trovare sempre qualcosa che non va, e a far diventare quel qualcosa una specie di peccato originale che manda a ramengo tutte le parole che (si spera!) l’autore ha distillato una per una lavorandoci su con la lima e col martello.
Forse è proprio necessario arrivare alla mia età per sentire un buco nel petto leggendo della signorina Felicita, della cerulea Dora e dei sentimenti sottili, del rispetto delle convenienze, delle piccole ipocrisie ottocentesche (piccole, perché quelle odierne non sono da meno!) e di un mondo che, a leggerlo a vent’anni, sembra morto e sepolto, e invece è vivo e vegeto: ha soltanto cambiato pelle.
Forse bisogna proprio arrivare in fondo alla vita per capire certe cose. Gozzano, quando le ha scritte, era giovane, ma aveva un avvoltoio appollaiato sulla spalla e lo sapeva. E per lui prendeva importanza anche quella signorina Felicita, bruttina, senza seno, con una dote miserevole, che gli aveva promesso di aspettarlo. “Tu mi hai amato”, signorina Felicita. E questo è tutto quanto un uomo può dire, quando il futuro non ha più prospettive. C’è stata una donna che, magari soltanto per un giorno, sull’onda di una immotivata infatuazione, mi ha voluto bene, ha pensato a una vita con me.
La poesia è fatta per dire queste cose, che non si potrebbero dire altrimenti. E al diavolo la critica, lo stile, gli stilemi, le seghe mentali, la linea lombarda e compagnia bella. Conta soltanto il senso di ciò che si dice, e dirlo in modo da farlo sentire a chi legge.

 

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Merde, alors!

Il facondo ministro lussemburghese che ha “cambronnizzato” Salvini ha dimostrato scarsa informazione, ma ci ha dato consigli preziosi. Gli emigranti italiani, più che in Lussemburgo, andarono in Germania da Gastarbeiter o a morire in miniera a Marcinelle (qualche chilometro più a nord, in Belgio), ma non con la pretesa di imporre a belgi e tedeschi il loro stile di vita; al contrario, fecero di tutto per integrarsi.

Ciò che il beneamato ministro non sa, o finge di non sapere, è che l’integrazione dei migranti subsahariani è tutt’altra faccenda. Chi viene dalla Nigeria o dal Senegal sa soltanto che in Europa si mangia, mentre a casa sua si fa la fame; è convinto che una volta in Italia potrà andarsene dove gli pare, e non gli passa neppure per l’anticamera del cervello che in Europa ci si aspetti da lui il comportamento di chi è ospite in casa d’altri.

Provi il sullodato ministro a ritrovarsi in casa, a Lussemburgo, non dico tanti, ma solo dieci o ventimila di questi migranti. Noi, a quanto pare, ne abbiamo ricevuti finora settecentomila. È vero che il nostro territorio è più vasto del Lussemburgo, ma quando abbiamo chiesto aiuto il Lussemburgo ci ha dato una mano? Quanti migranti ha accolto? Merde, alors!

Però qualcosa di vero in questi discorsi c’è, e il nostro Salvini farebbe bene a pensarci, invece di rincorrere gente come Orban dalla quale c’è ben poco da sperare. Dovremmo ricordare, almeno, che ci sono popoli in Africa verso i quali abbiamo debiti mai saldati. Mi riferisco a Eritrei, Somali e Etiopi. Non capisco perché imponiamo a questa gente dei viaggi disastrosi, nel corso dei quali succede letteralmente di tutto. Esistono corridoi umanitari che hanno messo in salvo centinaia di richiedenti asilo eritrei. Non è possibile incrementare questi canali? Non possiamo dichiarare ufficialmente che i cittadini eritrei possono richiedere la cittadinanza italiana? Ne avrebbero tutti i diritti: l’Eritrea fu italiana per almeno cinquant’anni.

Certo, una volta in possesso della cittadinanza italiana, grazie al trattato di Schengen, questi ex eritrei potrebbero circolare liberamente in tutta Europa. Per esempio, potrebbero andare in gita a Lussemburgo.

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Prima che te lo dicano altri

Con Marino Magliani ho perso il conto delle iniziative in cui siamo stati coinvolti e dei libri che abbiamo tradotto insieme, accomunati dalle nostre diverse esperienze di vita in Spagna e in Sudamerica. Ho letto tutti i suoi romanzi (e non posso fare a meno di citare almeno “Quattro giorni per non morire”, “La spiaggia dei cani romantici” e “Quella notte a Dolcedo”) e i suoi libri “di introspezione” (“Il canale bracco”, “Soggiorno a Zeewick” o “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”).

Confesso di avergli sempre invidiato la capacità di tenere il lettore aggrappato alla pagina anche quando non racconta fatti direttamente connessi con la vicenda. È una abilità che hanno in pochi (quando gli dico che in questo mi ricorda Hemingway, lui si mette a ridere), e ho sempre creduto che si trattasse di un dono, una facoltà innata. Questo romanzo mi ha fatto ricredere.

Ho avuto il privilegio di leggere “Prima che te lo dicano altri” fin dalla sua prima versione, quando il titolo provvisorio era ancora “Ciliegio Ferrovia”. Per uno scrittore, che è sempre un po’ filologo, è sempre istruttivo vedere come si sviluppa l’articolazione di una storia.

Il “Ciliegio” era poco più che una trama, il racconto di una ricerca, con un lungo prologo che doveva contenere molte spiegazioni. Ma per il lettore non è agevole cogliere i sintomi di ciò che deve ancora succedere, quando non sa cosa sarà, e neanche se succederà. La prima parte del “Ciliegio” sembrava sfilacciarsi in fatti e personaggi slegati fra loro, che apparivano e sparivano, e avevano l’aria di opporsi alla narrazione invece di darle senso. Rielaborare questo materiale, dargli compattezza e significato, mi appariva come un’impresa ai limiti dell’impossibile.

E invece no: la versione definitiva è stata una rivelazione. Nel “Ciliegio” Magliani non aveva semplicemente riversato nella pagina immagini e personaggi intravisti, abbozzati e ancora da sviluppare: no, il diabolico Marino aveva già tutto in mente, e ogni cosa aveva il suo perché. C’era soltanto da lavorarci su, scomporre e ricomporre, come si fa con il cubo di Rubik. Ricombinando gli elementi, tutto è andato a comporre un’unità organica: intorno al protagonista, con il suo passato, la sua cerchia di conoscenze, le sue fissazioni, la sua tenacia, le sue risorse, la sua cattiveria di bracconiere, ruota il mondo della val di Prino, che incombe sul Ponente ligure come una spada di Damocle fatta di solitudine, malinconia e trasgressioni.

Ed è stupefacente la naturalezza con cui Magliani fa sentire la fatica fisica degli uomini che coltivano le fasce, riparano muri a secco, innestano viti e ulivi; e intanto vivono in un paese che costringe a mantenere rapporti con tutti, chi dà affidamento e chi se ne approfitta,  perché poi insieme si va a caccia, si pesca di frodo, si comprano e si vendono i raccolti, si lavora nelle seconde case degli stranieri. Magliani racconta tutto questo con dettagli fatti di cose concrete, dipingendo atmosfere senza mai chiamarle per nome.

È questo il modo giusto per entrare nell’ambiente e capire come mai Leo Vialetti, che ha studiato poco e male, e non ha mai viaggiato per il mondo, a cinquantotto anni un bel giorno si imbarca su un volo da Nizza e se ne va in Argentina: attraversa el charco, “la pozzanghera”, l’Oceano Atlantico.

E “Pozzanghera” è il titolo della seconda parte del romanzo, in cui a poco a poco la tragedia prende forma. All’altro lato della pozzanghera c’è una terra segnata dalla tragedia dei desaparecidos, dove chi vuole rintracciare qualcuno non può fare a meno di commettere errori. Laggiù, in quella terra che sta agli antipodi, ma è così simile a noi nella lingua e nella mentalità, per un breve momento la ricerca è coronata dal successo. Ma gli errori compiuti si sommano fino a provocare un’altra avventura, una richiesta di silenzio e una conclusione definitiva. Leo Vialetti accetta tutto, anche il silenzio, anche la fine, perché sa che “la vita è una guerra di resistenza contro il presente. Le stagioni sono battaglie. Prima o poi si perde. Tutto lì”. L’avventura gli ha restituito ciò di cui sentiva la mancanza, ma il prezzo è la definitiva perdita di quell’improbabile ritrovamento.

E questo, in fondo, è il destino di noi tutti: passiamo la vita a rincorrere ciò che dovrebbe giustificare il nostro stare al mondo. Quasi mai riusciamo a raggiungerlo, e quando capita un colpo di fortuna non abbiamo neanche il tempo di rallegrarcene: le rose della vita durano l’espace d’un matin.

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