La presenza e l’assenza

Franz Krauspenhaar torna in libreria e sul luogo del delitto. La sua antica passione per il “noir”, che già aveva prodotto “Cattivo sangue”, il suo terzo romanzo, risorge per ispirargli questo riuscito mix di classicismo e novità.

Nei dialoghi che il protagonista, l’investigatore privato Guido Cravat, intesse con se stesso ho ritrovato la disincantata tristezza di Raven, il killer che Graham Greene ha raccontato in “Una pistola in vendita”. Cravat ha lasciato la Polizia perché, schifato dalle abitudini dei suoi colleghi, ha deciso di far soldi come libero professionista. Onestamente, così pensava. Ma la realtà lo farà ricredere.

Intendiamoci: Cravat sa bene che dovrà mettere le mani nelle private porcherie dell’umanità (in fin dei conti, non l’ha già fatto per tanti anni in Polizia?), però è convinto di sapersi muovere, di riuscire a scoprire i guai dei clienti, anche quelli inconfessabili, aggiustarli e tacere in cambio di un giusto compenso. Ma la realtà stupisce sempre al ribasso: i clienti latitano, qualcuno ha storie di una meschinità infinita, qualcun altro non paga e gli ride in faccia. Per racimolare soldi Cravat deve ridursi a ricattare le coppie clandestine. E quando capita l’incarico “giusto”, la ricerca di una persona scomparsa, il cliente prima lesina le informazioni e poi gli dà il benservito dopo due giorni. È la goccia che fa traboccare il vaso: Cravat vuole sapere il perché di quello strano comportamento, vuole scoprire cosa c’è sotto. E per riuscirci dovrà razzolare nella pattumiera di Milano.

Non si può andare oltre nel dar conto della vicenda senza spoilerare, cosa che per un noir è assolutamente proibita. Ma si può rivelare che Franz racconta l’intreccio infrangendo volutamente tutte le regole narrative. Non è soltanto Cravat a raccontarsi in prima persona: anche Tommei, il cliente, narra direttamente la sua verità. E mentre Cravat si sdoppia dialogando con se stesso, Tommei si mostra uno, semplice, compatto, elencando fatti in grande quantità. Certo, non tutti: i fatti gravi, quelli che stanno alla radice del dramma, verranno fuori alla fine, quando la tragedia avrà il suo finale luttuoso, alla maniera di Izzo e di Hammett, e l’investigatore si ritroverà solo con i suoi demoni, presenti e assenti.

Ciò che manca a Tommei è la cinica, sincera, sconfortata autoironia di Cravat, perfettamente dipinta nei suoi ricorrenti calembours (“…la primavera si dà delle arie. Aria pesante, aria milanese, metropolitana, metropaperopolitana”). Una autoironia che è il suo unico antidoto alla pazzia, alla presenza-assenza della donna che aveva amato; ed è anche il suo modo di sfiorare il suicidio senza arrivare a commetterlo (a differenza di altri personaggi del dramma), il filo che lo tiene unito a una vita che non è quella che aveva sognato, ma è l’unica che ha. Guido Cravat può soltanto tirare avanti sperando negli occhi più o meno sinceri di una donna che gli ha insinuato nel cuore un’altra illusione.

 

Franz Krauspenhaar – La presenza e l’assenza

Arkadia Editore – Collana Sidecar

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La statua di Montanelli

Anche se non ho mai apprezzato l’abitudine di monumentare i defunti, riconosco di non essermi scandalizzato all’idea di dedicare a Montanelli una statua in un giardino pubblico di Milano (dove, per inciso, fu ferito per aver scritto quel che pensava).

Ho cominciato a leggere la prosa di Montanelli nel 1956 (avevo nove anni) nei suoi reportages da Budapest in rivolta. All’epoca non potevo capirne il senso politico, ma ricevetti un imprinting: mi resi conto che la prosa non è meno impegnativa della poesia, che non si può scrivere così come viene, non si può dilungarsi a piacimento, non ci si può illudere che una parola valga l’altra.

Avrei sempre cercato di scrivere così.

Ora, che qualcuno, per esprimere il suo dissenso, non trovi di meglio che imbrattare la statua di un morto, a prescindere da ciò che il suddetto morto ha fatto, detto o scritto, mi sembra un atto di pura e semplice vigliaccheria.

Montanelli può aver commesso centinaia di errori. Anch’io non ho condiviso tante delle sue prese di posizione, le ho considerate vagabondaggi nel politicume della prima repubblica (come il suo girovagare fra la sinistra DC, il Partito Repubblicano e non so più cos’altro), e non ho mai capito cosa c’era davvero dietro la sua uscita dal Corriere (forse una bega interna fra giornalisti, più che una questione di linea politica), ma di una cosa credo che gli si debba dare atto: tutte le sue prese di posizione le ha sempre fatte a viso aperto. Sarà stato anche un “maledetto toscano” (come Malaparte, che odiava e ne era riodiato cordialmente), ma non colpiva alle spalle: faceva a botte guardando in faccia l’avversario. Chi gli ha sparato nelle gambe ha pagato con la galera e ha ricevuto il perdono dell’interessato, chi gli ha imbrattato la statua può soltanto guardarsi allo specchio.

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La seconda porta

Raul Montanari torna in libreria con questo romanzo che segna un cambio di passo sostanziale nella sua poetica. Raul è sempre lui, ma nel romanzo tutto è nuovo: la tematica, gli snodi narrativi, e anche lo stile, riposato, elegiaco, introspettivo.

Il protagonista non è più un uomo d’azione, senza scrupoli ma con una sua dirittura morale, come nei precedenti romanzi. Milo Molteni è uno come noi, che si mette nei guai per una specie di “buon cuore” naturale, normale, senza estremismi, e anche un po’ per curiosità, per incoscienza. Proprio come potrebbe capitare a noi.

Ma questa volta non c’è un cadavere, non c’è un assassino da scoprire, e il nemico, che pure esiste, non minaccia direttamente il protagonista o la sua donna. Certo, i cadaveri non mancano (nell’antefatto e verso la fine), ma non sono misteriosi: sono causati da una concatenazione inevitabile, una “ananke”, dalla quale si esce come da un’epidemia: percossi, segnati per sempre.

Il protagonista si trova costretto a rimettere in discussione tutto ciò che ha costituito la sua vita: il buonismo semplicistico in cui ha creduto fino a ieri e sul quale ha costruito il suo successo professionale, l’amore cercato, tentato, messo alla prova e fallito per immaturità. Una realtà sentita raccontare spesso, ma con la quale non aveva mai dovuto sporcarsi le mani, lo costringerà ad affrontare il senso della vita: il motivo per cui il suo quasi-matrimonio era fallito.

Per la prima volta Raul Montanari cambia tematica: l’affermazione vitalistica dei protagonisti dei suoi primi romanzi si stempera nel desiderio di paternità di Milo Molteni. La vicenda in cui si trova coinvolto porta il protagonista a  rimpiangere di non aver affrontato la prova quando sarebbe stato il momento giusto. E qui è dove si rivela lo scrittore di classe: il suo stile non muta ma diventa pensoso, i sentimenti sono occasione di ragionamento, le dimensioni della storia si dilatano. Il narratore non è cambiato, e si sente, ma la sua voce non ha più il nervosismo di chi espone situazioni da risolvere con una giusta dose di violenza: Milo Molteni, che non è un uomo d’azione, si lascia coinvolgere in una serie di fatti sui quali, più che intervenire, deve riflettere. E la riflessione contiene sempre un po’ di malinconia.

Per Milo la storia potrebbe finire male se non ci fosse il provvidenziale intervento dell’investigatore privato Ric Velardi che anche in questo romanzo funge da deus ex machina (è un personaggio ricorrente nei romanzi di Montanari, tanto che a volte mi è parso di vederlo in via Cenisio, alla fermata del 12). Ma anche gli altri comprimari hanno una presenza quasi fisica (come il tozzo Carminati o il cherubino Sante) o eterea come Muzzopappa (con le sue compilation di canti gregoriani). O la stupenda Vera, la ragazza indipendente e innamorata che tutti abbiamo sognato di incontrare. E l’apollineo, bugiardo, patetico Adam, dalla immagine botticelliana umanamente tradita dai denti storti.

Spesso, negli anni in cui ho frequentato le lezioni di Raul, mi è capitato di sentirlo particolarmente fiero di questo o quel brano dei suoi romanzi. In “La seconda porta” non troverete effetti speciali e fuochi d’artificio: lo spettacolo è il romanzo, tutto intero. Semmai, il capolavoro è l’epilogo: non un semplice anticlimax, per sistemare le questioni pendenti, ma una meditazione senza oggetto, con lo stupore di chi vede passare la vita come un treno al passaggio a livello, un vagone dopo l’altro. La potenza straniante della metafora.

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I cardinali di Karlsruhe

Belli, rossi, scarlatti come cardinali, i giudici costituzionali alemanni difendono la Patria usque ad effusionem sanguinis. Che gliene importa a loro se le fabbriche (comprese quelle della Crande Cermania) chiudono perché gli operai devono stare tappati in casa e i clienti non hanno soldi per comprare le automobili?

Loro hanno il sacro dovere di applicare le Tavole della Legge. E la legge teutonica prevede che la Bundesrepublik non tiri fuori un centesimo, neanche per interposta BCE, in operazioni che per diritto o per traverso facciano approdare il suddetto centesimo a ovest del Reno o (non sia mai!) a sud delle Alpi.

Dice: ma guarda che quel centesimo è un investimento. Aiutando le economie dei vostri fornitori nessuno fa un cattivo affare e la BCE potrà ricuperare i suoi soldi in un tempo ragionevole.

Eggià! Ma noi mica facciamo gli economisti, dicono i cardinali di Karlsruhe. Noi applichiamo la legge. Noi diciamo a Weidmann, quel caro, giovane ragazzo che governa la Bundesbank: alle riunoni della BCE, a chi chiede il tuo voto tu fagli un braccio e mezzo! E glielo diciamo sulla base della nostra meravigliosa costituzione fondata sul principio: crepi Sansone con tutti i filistei!

Chi se ne frega se l’economia di tutta Europa va a fondo? Italia e Francia e Spagna annegheranno, ma noi siamo bravi a nuotare: faremo fatica, qualcuno andrà a fondo, ma il Vaterland ne verrà fuori. E come no! Anche dalla crisi del ’29 siete venuti fuori, vero? Bravi! Proprio bravi i nostri cari nibelunghi!

Però, eminenze illustrissime, una volta fatto trenta, fate anche trentuno. Se siamo arrivati al punto che, sulla base della vostra legge, potete dare un ultimatum alla BCE (che dovrebbe essere un organismo sovranazionale), perché tenete in piedi la finzione della UE? Dite chiaro e tondo che l’Unione Europea non vi sta più bene e fate quel che vi pare a casa vostra senza più mettere il becco in casa degli altri.

Certo, non vi mancheranno i sofismi dialettici per cucire insieme il diavolo e l’acqua santa (e per pretendere di continuare a fare gli affari vostri anche a casa degli altri), ma come si fa a costituire un organismo sovranazionale e lasciare a uno stato membro il diritto di sabotare la sua attività?

Gentili eminenze, un po’ di coerenza, bitte! La Germania è la patria della filosofia moderna: nessuno negli ultimi secoli ha saputo ragionare meglio di Kant, Hegel, Nietzsche, Heidegger, ecc. Dai loro sepolcri, questi eccelsi ragionatori vi ascoltano, trasecolano e rabbrividiscono.

Ascolta, Sacro Collegio di Karlsruhe: l’Europa non è stata fatta per starci solo quando ne ritrai un vantaggio immediato. Le società si fanno per investire, lavorare insieme e incassare i dividendi a tempo debito. Altrimenti, se preferisci che ognuno si arrangi da sé, abbi il coraggio di smontare il giocattolo e dire ad alta voce: “Non gioco più!”.

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Gentile Frau Merkel

L’ineffabile signora Merkel ha appena finito di dichiarare che, per quanto la riguarda, di emettere titoli di debito europei (che inevitabimente finirebbero per essere “condivisi”) non se ne parla proprio.

La signora Merkel non lesina espressioni compassionevoli e dichiara apertis verbis che la solidarietà è un dovere per l’Europa. Ma gli europa-bond non li vuole. Anche se non hanno niente a che fare con il debito pregresso di ciascuno stato (siccome l’appetito vien mangiando, una volta tolta di mezzo la questione di principio, chi li tiene più quegli spendaccioni degli italiani?).

Ahimé, come si fa a darle torto? Nel paese del “chiagne e fotti” tutti piangono e minacciano di non votare più chi sta al governo. E chi sente traballare il cadreghino apre i cordoni di una borsa non sua.

Poi succede un guaio tremendo come il Covid 19 e lo stato non è in grado di farci fronte da solo. Le opposizioni si scatenano. Le regioni si arrangiano. Le voci diventano incontrollabili. In Germania, si dice, appena uno starnutisce, arriva l’ambulanza con medici scafandrati che gli fanno il tampone e se è positivo lo ricoverano immantinente in ospedale. Ecco perché da loro ne muoiono così pochi. (Sarà, ma in Calabria e Basilicata ne muoiono anche meno, e la sanità calabro-lucana non è famosa per efficienza).

E allora torniamo al punto di partenza: signora Merkel, mi levi un dubbio. Quando Konrad Adenauer avviò la Comunità Europea aveva in mente di arrivare a uno stato europeo federale o voleva soltanto mettere in piedi una serie di trattati che favorissero gli interessi industriali tedeschi? E, tanto per dare un’occhiatina dietro l’angolo, lei pensa che mai la UE possa diventare uno stato federale? Perché, gentile signora, lei stessa è a capo di uno stato federale e preleva imposte, mantiene un esercito e una burocrazia statale, e fa debiti che inevitabilmente restano “condivisi” nei sedici Länder, dalla Baviera allo Schleswig-Holstein.

Se dunque lei non vuole applicare all’Europa ciò che applica a casa sua, il motivo può essere soltanto uno: lei si fida dei tedeschi, ma degli altri no. Ebbene: ne ha tutto il diritto. Ma allora, scusi, perché tenere in piedi una Europa della solidarietà dichiarata e disattesa?

C’è una sola risposta razionale: perché evidentemente in questa situazione la Germania si trova come un topo nel formaggio. C’è una torta da dividere, e le parti non sono uguali. Alla Germania ne tocca più che agli altri. Parecchio di più.

Lei sa benissimo, signora Merkel, che smontare la UE sarebbe un pessimo affare per tutti, specialmente per la Germania, ma teme che, rinunciando volontariamente a parte dei suoi profitti di signoraggio (non mi faccia spiegare di cosa si tratta: lei li conosce tutti meglio di me), i suoi concittadini le si rivolterebbero contro. Miopi come i nibelunghi, preferiscono perderli tutti piuttosto che spartirli rinunciando alla parte del leone.

Ebbene, gentile signora, già se ne è andata l’Inghilterra (e peggio per lei); ma se dovesse andarsene anche qualcuno dei paesi fondatori, il gioco sarebbe scoperto: niente più Unione Europea, ma solo Deutschland über alles. E la Francia troverebbe conveniente rimanere in minoranza? E la Germania troverebbe utile restare unico contribuente netto dell’Unione?

Sa cosa le dico, Frau Angela? Ciò che veramente mi dispiace è che tutto ciò che le ho esposto lei sicuramente l’ha già pensato. E ha deciso di farsene un baffo.

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Insonnia

Ormai dormo solo cinque o sei ore per notte. Non sarebbe un gran danno se riuscissi a restare sveglio fino alle 24: potrei arrivare a vedere il classico The End in fondo ai film in tv, e magari perfino le repliche di Montalbano. Invece, alle dieci e mezza mi si chiudono gli occhi. Per forza! È dalle cinque che sono sveglio.

Chissà perché la cosiddetta “prima serata”, che una volta cominciava alle 21, oggi è spostata alle 21.25 e in realtà comincia alle 21.40. Ma la gente che guarda la tv non va a lavorare? A che ora si alza la mattina, se Montalbano finisce a mezzanotte e mezza? Sono tutti insonni che conoscono il segreto per spostare nel lasso di tempo più conveniente le poche ore di riposo che possono concedersi? Quando leggo che il tal film ha avuto una audience di quattro milioni di spettatori non posso fare a meno di domandarmi se quei quattro milioni hanno visto il film fino in fondo e sanno come va a finire. Uno dice: ma l’audience la fanno al sud, dove gli orari sono spostati di una o due ore più avanti. E vabbe’, ma alla mattina come fanno? Timbrano il cartellino con un’ora di ritardo?

Affari loro. Io sono alle prese col mio problema. Alle undici mi trascino a letto, cerco di leggere qualcosa, ci rinuncio, prendo una pasticca di melatonina e spengo la luce. Alle cinque, o anche prima, mi sveglio. E per due ore resto lì come un sonnambulo: non dormo, cerco disperatamente di riacchiappare il sonno pensando a cose piacevoli, fantasticando. Ma le cinque del mattino sono un orario maledetto: i pensieri si fanno cupi, ti tornano in mente amici e parenti che non ci sono più, cose che non puoi più fare, posti dove non ritornerai.

Pare che la maggior parte dei suicidi avvenga a quell’ora. Saranno i ritmi circadiani, sarà qualche altra diavoleria, fatto sta che alle cinque del mattino, o fai sesso (alla mia età?), o cominci a pensare che è ora di far testamento e di andare a cercare una casa di riposo in cui i vegliardi non vengano maltrattati. Allegria!

Non so voi, ma comincio a essere un po’ preoccupato.

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Quando si dice: il coraggio

Interessante – e illuminante – la dichiarazione di Berlusconi (ormai sempre più simile alla statua di se stesso al Museo delle Cere): non siamo favorevoli a una legge elettorale interamente maggioritaria perché darebbe al maggior partito di una coalizione la possibilità di decidere per tutti, anche per le componenti minoritarie.

Conclusione: in un paese di sessanta milioni di abitanti reclamiamo il diritto di esistere autonomamente anche per i partitini che rappresentano una fetta minima dell’elettorato.

Che dire, per esempio, degli USA, dove più di trecento milioni di abitanti sono bene o male rappresentati da un centinaio di senatori e 440 deputati, tutti rigorosamente eletti in collegi uninominali?

Risposta: grazie! Là ci sono soltanto due partiti!

Replica: niente affatto! Ci sono solo due partiti proprio perché il sistema elettorale è congegnato in modo da averne soltanto due.

Allora gli USA non sono una democrazia? Ma va’ là! Per quanto si stirino i concetti fino al paradosso, è difficile sostenere che non sia una democrazia un paese in cui i cittadini hanno diritto di voto e ne fanno uso liberamente.

Forse ciò che non piace a Berlusconi (e a Renzi, a Bersani, alla Meloni e a tanti altri) è il rischio di non poter coltivare un orticello, inutile, impotente, ma all’interno del quale possano sentirsi padroni. Diciamolo chiaro: questi capipopolo senza popolo sanno benissimo di non poter fare politica vera, all’attacco, proponendo idee, dimostrandone la convenienza, cercando di convincere gli opinion leader e trascinando milioni di elettori. Non gli passa neanche per la testa di organizzare una corrente piena di idee e di proposte sensate all’interno di un contenitore che si occupi, più che altro, di raccogliere consenso. Non credono di poterlo condizionare dall’interno. Non sono convinti di avere una visione del mondo capace di convincere gli altri, neanche i più vicini al loro modo di sentire. E allora che stanno al mondo a fare? A soddisfare gli interessi del capetto.

A destra e a sinistra funziona così. Lasciamo che le idee e le proposte siano quelle di Salvini o di Di Maio. Se poi il primo è la destra più becera e il secondo neanche sa cosa sia la sinistra, chi se ne frega? Oggi i voti li prendono loro, combatterli vorrebbe dire perdere, allearsi senza garanzie sarebbe un suicidio. Ecco chi sono i cuor di leone che dovrebbero rappresentare l’Italia di buon senso.

E poi qualcuno si meraviglia quando viene a sapere che ho smesso di andare a votare da più di vent’anni!

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Fantastoria

Negli anni 70 del secolo scorso il blocco sovietico appariva come una fortezza inespugnabile dai muri perfettamente compatti, senza feritoie, senza incrinature. Ma proprio in quegli anni Andrej Amalrik (uno storico che, manifestando opinioni critiche, riuscì a guadagnarsi fior di anni nel gulag) fece pubblicare in Occidente un saggio che fece scalpore. Era intitolato, nientemeno, qualcosa come: “Riuscirà l’Unione Sovietica a sopravvivere al 1984?”

La tesi di Amalrik era che l’URSS aveva ereditato l’impero multinazionale zarista e, al di là di tutte le chiacchiere sull’internazionalismo, lo teneva insieme imponendo una egemonia russa. Fino a quando, si domandava l’autore, le varie nazionalità dell’impero (estoni, lettoni, lituani, ucraini, ceceni, osseti, abkhazi, georgiani, armeni, azeri, turcomanni, usbechi, kirghisi, kazaki, calmucchi, tatari, ecc. ecc.) fino a quando saranno disposte a tollerare questo stato di cose?

Non era chiarissimo come mai Amalrik avesse individuato nel 1984 il momento del redde rationem. All’epoca, i più pensarono al romanzo di Orwell. Oggi, a Unione Sovietica implosa, e pur tenendo conto del fatto che Amalrik parve sbagliare di sette anni i tempi della sua profezia, mi viene il dubbio che il calcolo nascondesse una precisa legge storica. È un dubbio che nasce dall’osservazione di un precedente: l’Impero Austroungarico.

L’Unione Sovietica, secondo la tesi di Amalrik, rappresenta l’epilogo autoritario dell’impero zarista. Un epilogo la cui data di inizio può essere fissata fra il 1917 (rivoluzione di ottobre) e il 1923 (proclamazione dell’URSS), e la cui dissoluzione si consumò fra il 1989 (crollo del muro di Berlino) e il 1991 (nascita della CSI – Comunità di Stati Indipendenti).

L’Impero Austroungarico si era venuto aggregando nei secoli come patrimonio della casa di Asburgo e nel 1848 era stato scosso alle fondamenta. Per tenere insieme un coacervo di nazionalità (austriaci, magiari, italiani, croati, sloveni, boemi, moravi, slovacchi, ebrei, ruteni, galiziani, rumeni, ecc. ecc.) c’era voluta una soluzione di forza: l’allora diciottenne Francesco Giuseppe aveva preso il potere con un colpo di stato e aveva reintrodotto l’assolutismo (temperato finché si vuole dal buon senso, ma pur sempre assolutismo). L’imperatore era morto a ottantasei anni, nel 1916. Il suo impero gli sarebbe sopravvissuto solo un paio di anni.

Viste in parallelo, le agonie degli imperi austriaco e russo sembrano indicare che le nazionalità sopravvivono a ogni plurisecolare esperienza unificatrice, e il tentativo autoritario di tenerle insieme una volta che l’impero abbia perso la sua ragion d’essere può durare al massimo una settantina d’anni.

Ovviamente Amalrik l’ha “sparata”. Però ci ha azzeccato, e forse la cosa non è soltanto una coincidenza.

Gli imperi sono costruzioni secolari. Ingoiano, digeriscono, sormontano le difficoltà contingenti; ma subiscono l’attacco della Storia. Nel 1848 il sistema feudale andò in crisi e l’impero asburgico si scoprì improvvisamente inadatto ai tempi. Da un lato cercò di adeguarsi alle nuove esigenze, dall’altro si fece sempre più autoritario. Il risultato fu che, mostrando di voler cambiare pelle, perdette la sua legittimazione storica e apparve come un ferrovecchio; in più, mostrandosi autoritario esibì anche la sua paura.

In Russia l’abolizione dalla servitù della gleba mandò in crisi l’impero degli zar. È vero che fu la guerra a catalizzare tutte le tensioni fino a far scoppiare un incendio. Ma l’incendio ci sarebbe stato comunque, prima o poi. Lenin, Trotzky e Stalin, nuovi inquilini del Cremlino, tennero insieme l’impero con la forza (tanto è vero che durante l’aggressione nazista molte nazionalità si schierarono con la Germania). Quando la guerra finì, i problemi tornarono a galla. Le nazionalità facevano sentire le loro voci. L’uso della forza poteva tenerne basso il volume, ma non riusciva a farle tacere. Trascorso il tempo “giusto”, l’impero russo doveva frantumarsi.

Ma come mai il tempo “giusto” dura circa settant’anni? Probabilmente qui entra in gioco il meccanismo generazionale per cui i figli, ribellandosi ai padri, finiscono per ricuperare qualcosa dei nonni. Nel caso degli imperi, quando i nonni hanno tentato una rivoluzione e, anche se sconfitti, hanno messo in circolo idee nuove, i padri le ingoiano con scarsa convinzione, mentre i nipoti urlano che i padri hanno tradito gli ideali rivoluzionari, si ribellano per la disillusione, e per mancanza di alternative ripescano lo status quo ante.

Ho vissuto il 1968. Non ho molte speranze di campare fino a novant’anni (e anche se ci arrivassi sarei troppo rimbambito per mettermi a ragionare sugli avvenimenti) ma mi viene da pensare che, se la profezia di Amalrik contiene una legge sociostorica, nel 2038 ci sarà da ridere. Vuoi vedere che al sud tornerà il reame delle Due Sicilie e al nord la repubblica di Venezia, l’Austria riprenderà il Sudtirolo e la Francia metterà le zampe sulla Val d’Aosta? A Milano non resterà che chiedere l’annessione al Canton Ticino. E speriamo che ci accettino.

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Ricordi

È triste constatare che quando diventi vecchio ti rammollisci. Ti tornano in mente cose senza senso che, chissà perché, improvvisamente assurgono alla dignità di Grandi Occasioni Perdute. Ma non è mica vero, e in fondo lo sai. Fino a ieri, se queste grandi occasioni ti fossero venute in mente, non avresti perso tempo neanche per alzare le spalle.

Invece adesso, tutt’a un tratto, ti rendi conto che, per esempio, a Issanka o a Sidi Kerir non ci tornerai più, e improvvisamente ti domandi cosa c’era di speciale in quel borgo sperduto nella Linguadoca o in quel tratto di costa desertica a ovest di Alessandria.

Già, cosa c’era di speciale? C’era che eri giovane. Risposta classica, che non vuol dir niente. C’erano le amicizie di allora, gente che hai perduto, che quando li hai ritrovati non erano più gli stessi, o che se ne sono andati per sempre. Ma non è neanche quello, non è tutto lì. Anzi, tutto questo è il meno. Perché in fin dei conti l’hai sempre saputo che sarebbe stato così.

E allora? C’è per esempio il fatto che quella era la prima volta. Tutto era nuovo. Poteva anche essere era vuoto, noioso, niente affatto entusiasmante, ma era diverso. Era un uscire dal mondo conosciuto, la vita di tutti i giorni e andare alla scoperta del mondo vero. Erano esperienze da conquistare, consumare e gettar via, e ripartire verso altre novità, come i visigoti che calavano dal Kattegat e attraversavano la selva Ercinia e valicavano le Alpi con in testa il mito di una città dai tetti d’oro massiccio, piena di marmi, statue, bronzi…

Ecco cosa c’era di speciale: la prospettiva di una vita della quale non riuscivi a intravedere la fine. Questa miopia ti prometteva secoli di stupori e di avventura. Continuerebbe a prometterli, e basterebbe la promessa per renderti felice, se non fosse che il tempo si è fatto corto, e la prospettiva schiacciata annulla ogni stupore, taglia la speranza del futuro e ottunde perfino il piacere dei ricordi.

    Maioresque cadunt altis de montibus umbrae.

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Pipì a Firenze

via Pipì a Firenze

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